Breve storia della performing art nella sua scommessa verso il futuro, tra musei e grande pubblico

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La performance è una forma d’arte pienamente riconosciuta e celebrata da mostre e biennali, basti pensare al Leone d’Oro di Anne Imhof alla Biennale d’Arte di Venezia del 2017, alla performance di Alexandra Pirici a quella del 2022, o alle diverse retrospettive sull’opera di Bruce Nauman e Marina Abramovič. Tuttavia, con l’eccezione proprio di Abramovič, la performing art fatica ancora a arrivare al grande pubblico.
Nonostante si tratti di un media pienamente inserito all’interno del sistema dell’arte contemporanea, il termine performing art viene ancora percepito come un ombrello sotto il quale includere innumerevoli e indefinite categorie o, viceversa, dati i numerosi studi nati al riguardo, come un ambito specialistico, separato dalle arti visive. Tuttavia, entrambe le visioni, sia quella generalista, sia quella iper-specialistica, non risultano adeguate a comprendere la performing art in profondità. Questa confusione è dovuta anche ad altri fattori: primo tra tutti il fatto che si tratti di una forma effimera e transitoria che si serve di diversi linguaggi, cosa che la rende difficilmente incasellabile; di conseguenza, il mercato fatica a farla rientrare nei propri circuiti. Quest’ultimo aspetto, tuttavia, rappresenta al tempo stesso la sua forza: in tempi in cui anche l’economia è liquida e tutto tende alla virtualizzazione, l’oggetto materiale è sempre meno centrale nelle nostre vite e la performance, nella sua transitorietà, narra questa sparizione.

Chris Burden, Shoot, 1971. Courtesy Chris Burden Studio and Gagosian Gallery. © Chris Burden Studio.

La performing art in Italia

Sicuramente, percepire la performance come una forma d’arte al pari di pittura o installazione, in cui tuttavia il corpo figura come strumento, aiuterebbe il pubblico a comprenderla meglio. Oggi, in Italia, nonostante la performance sia una forma molto diffusa e amata dagli artisti contemporanei, viene spesso utilizzata come una possibile declinazione per lavori di altra natura o che nascono da altre forme espressive: il che è più che legittimo, ma è anche indice che pochi artisti dedicano la propria vita alla performance come hanno fatto Marina Abramovič, Ulay, Bruce Nauman, Vito Acconci e molti altri. Sicuramente un altro fattore determinante è che i tempi sono cambiati e le forme d’arte d’azione hanno meno forza oggi rispetto agli Anni Sessanta e Settanta del Novecento, quando lo spirito di ribellione era più vivo. Oggi in Italia sono pochi gli artisti performativi di questo calibro: in passato le critiche d’arte Lea Vergine e Francesca Alinovi si sono occupate con molto entusiasmo di body art e performing art; e artiste come Gina PaneKetty La Rocca e Vanessa Beecroft l’hanno scelta come forma espressiva prediletta, trasfigurando poeticamente le proprie vite.

Bruce Nauman, Clown Torture, 1987, Collection of the Art Institute of Chicago, © Bruce Nauman and ARSNY and DACS, London

Lo stato attuale della performing art

La performance non è e non deve essere complessa perché snob o elitaria, ma perché richiede coraggio, vissuti intensi, punti di vista soggettivi, sensibilità affinata, voglia di sconfinare, sia per realizzarla sia per recepirla in una certa maniera. Adesso che è una forma comune a molti artisti, risulta paradossalmente indebolita e diluita in altri media. Non è più la performance a inglobare altri linguaggi, traendo da questa non-definizione il suo potenziale esplosivo, ma sembra quasi che gli altri linguaggi abbiano inglobato e fatto a pezzi la performance. Gli artisti performativi riescono difficilmente a raggiungere un certo grado di sintesi, al contrario ricorrono spesso a forme complesse e articolate, vicine al teatro, alla danza, al multimediale che, pur essendo strumenti fondamentali, spesso allontanano dalla forza e dalla purezza originaria dell’incontro con l’opera. Questi artisti, inoltre, viaggiano in canali alternativi, come festival, centri sociali, manifestazioni politiche, in cui è talvolta faticoso stabilire l’appartenenza al circuito artistico. Spesso, con l’alibi che musei e gallerie siano istituzioni violente e colonialiste, si maschera la consapevolezza che inserirsi nel sistema ufficiale sia molto complesso e richieda duro e costante lavoro che non permette scorciatoie o escamotage: tendenza giustificata in un paese ancora poco efficiente nel contemporaneo. 

Performing art e musei

Di conseguenza, la performance, salvo poche e importanti eccezioni, è rimasta appannaggio di piccoli gruppi frammentati ed è quindi difficile comunicarla e renderla comprensibile per un pubblico più̀ ampio. Inoltre, è divenuta un fenomeno sempre più collettivista: il performance artist spesso non è più il performer che utilizza il proprio corpo come opera, ma il regista o il coreografo, in contiguità col mondo del teatro e della danza. Eppure questi ultimi sono linguaggi ancora legati alla rappresentazione, mentre la performance nasce come una forma più vicina alla presentazione e ancor di più alla percezione, di sé, dello spazio e dell’altro. Per questo bisognerebbe incrementare la presenza della performance nei musei, non soltanto quella dei grandi artisti del passato, tendenza già ampiamente diffusa con le grandi retrospettive, ma soprattutto quella degli artisti di oggi. Allo stesso tempo, poi, non bisognerebbe forzare sperimentazioni performative non necessarie, accettando il fatto che l’arte è in continua trasformazione e che sarebbe nostalgico e reazionario desiderare che una forma d’arte rimanga inalterata nel tempo. 

Vito Ancona

L’articolo “Breve storia della performing art nella sua scommessa verso il futuro, tra musei e grande pubblico” è apparso per la prima volta su Artribune®.

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