Daniele Franzella in mostra a Palermo. Potere, resistenza e metamorfosi dei simboli

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C’è una voce sommersa che si agita in fondo alle immagini immortalate da un obiettivo. Fotografie, still cinematografici, frammenti di pellicola che una camera ha sottratto al tempo storico, consegnandoli a un infinito presente. È una specie di energia recondita, una pulsione segreta: fu Walter Benjamin, con un’intuizione geniale, a introdurre il concetto di “inconscio ottico“, spiegando che “la natura che parla alla macchina fotografica è una natura diversa da quella che parla all’occhio” e che la fotografia, attraverso “i suoi mezzi ausiliari“, ad esempio “con il rallentatore, con gli ingrandimenti“, ha la capacità di rivelare il sommerso, proprio come si rivela “attraverso la psicanalisi, l’inconscio istintivo.” Presenza di un’assenza, la fotografia mette a morte il reale e insieme lo vivifica, lo rifonda, nei termini di ombra, di doppio, di riflesso, di latenza perturbante: “Extralucida – scrive Edgar Morin – essa è aperta all’invisibile”.

Daniele Franzella, 1489, 2023. Courtesy Rizzuto Gallery

LA MOSTRA DI DANIELE FRANZELLA A PALERMO. LA R4 DI MORO

Daniele Franzella (Palermo, 1978), per la sua ultima personale da Rizzuto Gallery, parte da una fotografia. È lo scatto che ritrae la Renault 4 rossa in cui giaceva il corpo esanime di Aldo Moro. L’auto fu rinvenuta il 9 maggio 1978 in via Caetani, a Roma, posteggiata contro una parete di ondulina metallica. Immortalata dai reporter, quella scena si tramutò in documento collettivo, sedimentandosi nell’immaginario di un’Italia stritolata da dinamiche perverse tra sistema, antisistema, politica, criminalità, servizi segreti.
Franzella, in quell’istantanea, nota un dettaglio marginale. Sulla parete ondulata sono affisse diverse copie di un manifesto. Procedendo per ingrandimenti e ricerche d’archivio, ecco decifrato il rimosso dell’immagine, il “punctum” che aveva perforato lo sguardo dell’artista, per dirla con Roland Barthes: in fondo a ogni fotografia, che è impronta digitale del reale, sopravvivono catene possibili di significazioni, aperture, ombre di ombre, illuminazioni.

Daniele Franzella, Atena, 2023. Courtesy Rizzuto Gallery

CRONACA, ARCHEOLOGIA E SIMBOLI OSCURI

Era, quel poster, la locandina della mostra Antiquarium Comunale. Roma dalle origini alla Repubblica, inaugurata il 21 aprile del ’78 e in corso in quel momento presso Palazzo Caffarelli. L’immagine? Un capro votivo in bronzo, databile tra la fine del VI e gli inizi V secolo a.C., oggi conservato presso i Musei Capitolini, nella sede di Centrale Montemartini.
Improvvisamente quei due fatti – un’esposizione e un omicidio – sovrapponibili cronologicamente e geograficamente, ma per nulla correlati, diventano protagonisti di una medesima narrazione. E prendono a risuonare insieme. Un volto possibile del maligno si insinua nello scatto drammatico e i riferimenti all’archetipo del caprone si accavallano: dal satiro, nel mondo greco-romano peccaminoso simbolo dionisiaco, al volto spietato di Belzebù, protagonista nei bestiari medievali, fino all’iconologia alchemica ed esoterica. Un segno che giunge, subdolamente, ad abitare una rappresentazione contemporanea del tragico e del criminoso. Franzella incornicia quel dettaglio e poi lo ricostruisce, allestendo un finto ready made e facendone ennesimo feticcio, in un gioco di sprofondamenti da un’immagine all’altra, da un piano del reale all’altro, sperimentando  la forza e il frastuono dei simboli, delle icone, delle immagini eterne custodite dentro altre immagini storicizzate.

La R4 nel giorno del ritrovamento del cadavere di Moro. Courtesy Rizzuto Gallery

MUTEVOLEZZA E PERSISTENZA DEL MITO

Mitologema si intitola la mostra, curata da Alessandro Pinto, un termine che, per Károly Kerényi, indica l’elemento minimo riconoscibile di un complesso di materiale mitico continuamente rivisitato e riorganizzato. Nonostante l’evolversi delle storie e delle figure, uno stesso nucleo primordiale si mantiene tra pieghe, fessure, ramificazioni. È questo il cuore del progetto, un ragionamento sulla resilienza dei simboli e dei miti, che è tutt’uno con la loro natura proteiforme, cangiante, selvatica, porosa, plastica. E se l’etimologia greca di “simbolo” riconduce all’esperienza del gettare/mettere insieme (σύμ-βαλλειν/’sumballein’), dunque unire, armonizzare – laddove significante e significato coincidono – è tra le maglie profonde del linguaggio che la perfetta simmetria si compie, nel termine eguale e contrario δια- βαλλειν/’diaballein’ (etimo di “diavolo”), ovvero separare, allontanare. Da cui l’essenza divisiva del diabolico.
Giocoliere colto ma mai pedante, Franzella continua a rivisitare simbologie eterogenee, muovendosi con tocco lieve tra ricordi massonici, evocazioni archeologiche, riferimenti all’interior design degli Anni ’70/’80 e ambientazioni permeate da un conturbante otium borghese: segretezza, edonismo, poteri occulti, idolatrie pagane e liturgie domestiche.

Daniele Franzella, Mitologema, installation view at Rizzuto Gallery, Palermo, 2023. Courtesy Rizzuto Gallery

LE OPERE DI DANIELE FRANZELLA

Stanza dopo stanza, si intreccia e si sospende il racconto. Minute rappresentazioni di divinità classiche, ispirate alle porcellane di Meissen, sono risolte nella lucentezza delle forme, frontalmente, nella ruvidità della terracotta grezza, sul retro, e nell’increspatura dei bordi. Un non finito che libera il soggetto e lo precipita nel dramma nel proprio farsi, disfarsi, sorgere, dissolversi, continuare a tornare.
Dei piccoli affreschi digitali (tecnica di stampa su cemento, messa a punto dall’artista anni addietro) sono rappresentazioni allusive, misteriose, con riferimenti alla massoneria e all’esoterismo: tre colonne, in stile dorico, ionico, corinzio, nel trittico “Ordine”, e poi lo scheletro della morte che regge un regolo, una falce, un martello.
Ancora, l’immagine di due Coniugi avvinghiati, ispirati al mitico sarcofago etrusco dei due sposi, convive con una civetta, con una raffigurazione di Venere e Cupido e con un vecchio telefono a disco, completato da un’antenna/radar in ottone. Sono tutte cermiche dipinte, posizionate all’interno di un nuovo Cabinet, serie ideata da Franzella nel 2019: oggetti e memorie sparse, con il loro portato storico e antropologico, abitano dei sistemi installativi minimalisti, un po’ tavoli, un po’ scrigni, un po’ vetrine.
Una calcolatrice vintage, reperto di un interno d’epoca, e una pistola, protagonista di cruente pagine di cronaca, diventano giocattoli innocenti, non privi di dettagli sinistri:  ancora sculture in ceramica smaltata che, nella loro delicatezza naïf, emulano l’artigianalità di figurine di cartone.

Daniele Franzella, Cabinet, Mitologema, installation view at Rizzuto Gallery, Palermo, 2023. Courtesy Rizzuto Gallery

L’INDAGINE SUL POTERE

L’ultimo ambiente, preceduto da un’anticamera retrò con pareti lignee, è nascosto dietro pesanti tendaggi verdi. A presidiarlo un ermafrodita dalle fattezze apollinee. Al di là della soglia giganteggia un simulacro di Athena, ieratica personificazione della guerra e della sapienza: la più imponente tra le ceramiche in mostra, è accostata a una plumbea Chimera, ritta su un basamento geometrico in polistirolo. Leggerezza e caducità, peso e persistenza, aura dell’eidolon e seduzione della copia, grecità e innesti contemporanei, in un bilanciamento che si fa cifra elegante, costante, tagliente.
Due ultimi affreschi materializzano un disegno di mani maschili attorno a un tavolo, su cui è incisa l’effige della Chimera stessa. Il rapporto tra il virile Bellerofonte e la sua preda si sovrappone all’episodio della presunta seduta spiritica che avrebbe rivelato, il 2 aprile del ’78, il nome di un luogo connesso al rapimento Moro. Fu il mistero di Via Gradoli (covo delle BR), tra fantasmi, omissioni, manipolazioni: un giallo nel giallo.
È un discorso sulla luce e la ferocia del potere a dominare la trama di questo appuntamento espositivo. Non una mostra sul reperto archeologico e postmoderno, ma un lavoro sulla natura del simbolico e sul suo rapporto con l’occulto, con la potenza del pensiero magico, con gli ordini gerarchici, con l’energia del sommerso, con la rappresentazione dell’idolo, del numinoso, del divino o del maligno. Dal potere dei simboli ai simboli del potere, materia prima non inerte, necessaria all’esercizio di un controllo o di un influsso sul reale. Franzella prosegue la sua ricerca, gettando le basi per un futuro discorso ancor più articolato, sulle tracce delle immagini e del loro statuto filosofico, poetico, estetico, tra linee metafisiche e incarnazione storica.
 
Helga Marsala

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