Dialoghi di Estetica. Parola a Lucia Veronesi

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L’artista Lucia Veronesi (Mantova, 1976) s’interroga da tempo sui modi di vivere e raccontare il paesaggio nelle sue diverse declinazioni: domestico, naturale, urbano, famigliare. Lo fa esplorando le possibilità offerte dal collage, esprimendosi con più mezzi: l’animazione video, le installazioni, il disegno, l’elaborazione di scenografie elementari, le combinazioni tra fotografia e pittura, l’assemblaggio di tessuti. Nel 2023 è tra i vincitori della 12a Edizione dell’Italian Council. Tra le sue mostre personali si ricordano: Da sola nel bosco, D3082, Venezia (2023), È successo il mareFondazione Pino Pascali, Polignano a Mare (2020), Fuori una gran notte di stelle, Muratcentoventidue Gallery, Bari (2016), In piena presenza, Yellow, Varese (2015). I suoi video sono stati presentati in numerosi festival nazionali e internazionali tra cui 32.TFF, Torino Film Festival; MUFF 10. Montréal Underground Film Festival, Canada; ODAAQ#10, Video Festival, Francia; Short Film Festival Cà Foscari, Venezia; Visualcontainer, Milano; Proyector 6° International Video Art Festival, Spagna; Facade Video Festival, Bulgaria. 
Nel 2011 ha fondato a Venezia lo Spazio Punch, uno spazio non profit con sede in Giudecca, che ha co-diretto fino al 2015. Nel 2018 si aggiudica la 69. Edizione del Premio Michetti e nel 2002 riceve il premio Alida Premian, per giovani artiste donne. Questo dialogo si sofferma su alcuni aspetti della sua poetica: la prossimità al paesaggio, la centralità dei materiali e il lavoro sulle forme, le versatilità del collage, la ricerca sul suono delle immagini. 

Lucia Veronesi, ritratto. Photo Gianluca Vassallo

Intervista a Lucia Veronesi

Più volte mi sono trovato a guardare le tue opere e a pensare che uno dei tratti che consente di accomunarle sia la tua necessità di trovare una posizione. Un tuo sprone, che si traduce in termini operativi nei diversi modi in cui lavori sulla prossimità al paesaggio. 
Da tempo cerco il modo giusto per avvicinarmi al paesaggio, senza lasciarmene risucchiare. Per esempio, quando ho rappresentato i paesaggi domestici degli accumulatori compulsivi (quelli che non buttano mai via nulla) temevo che se fossi fisicamente entrata nelle loro case mi sarei lasciata influenzare troppo dalla realtà. Questa cautela è fondamentale, perché mi permette di preservare l’immaginazione e quel suo speciale fermento che l’accompagna. 

Su carta, nei video e con i tessuti, a risaltare è tanto la tua posizione mediana quanto quello che chiamerei il ‘presupposto della tangibilità’, che è imprescindibile per la riuscita delle tue opere. Da dove pensi traggano origine questi importanti elementi poetici?
Il mio modo di avvicinarmi ai mondi che mi affascinano è sostare su un confine, su una soglia, in bilico: per esempio, tra figurazione e astrazione. È una oscillazione che sento molto, specialmente in questo periodo: sono tornata a misurarmi con le figure e le forme riconoscibili, e però sento continuamente la tentazione di negarle, di renderle astratte.

Questa oscillazione di cui parli si riconosce fin dalle tue prime opere. Ma nelle ultime – penso in particolare a Cuore solitarioLa distanza apparenteSans HésitationIl retro della storia – trova ulteriore espressione, non solo nell’accenno alla visibilità dei corpi ma soprattutto attraverso il lavoro che svolgi con i tessuti. È qualcosa che si vede e rivela un tuo continuo movimento operativo.
Oscillare tra figurazione e astrazione per me è una condizione necessaria. Viene prima di tutto e si traduce anche nella pratica. Se uso il porno-soft Anni Settanta, i corpi delle donne diventano ibridi organici, strutture geometriche, forme pure, senza nascondere cosa sono. Tutto questo richiede l’esperienza della concretezza. Devo sentire non solo di che cosa sono fatti i materiali che uso, ma devo usarli anche per capire come posso andare avanti. Ci devo mettere le mani. 

Come riesci a ottenere una forma?
Ci vuole tempo. A volte le risposte le trovo nei materiali stessi, per questo ci vuole quell’esperienza della concretezza di cui parlavo prima. La verità è che per me non c’è regola. A volte procedo per tentativi, a volte ho intuizioni immediate. Ma una cosa posso dirtela: per me la forma è sempre un’avventura in cui tuffarsi, è qualcosa che succede solo facendo, mai eseguendo un bozzetto o realizzando uno story-board già decisi prima. 

Lucia Veronesi, La distanza apparente #2, 2020. Photo Augusto Maurandi

Il senso del disastro e il collage nell’opera di Lucia Veronesi

Spesso, l’impressione che danno alcune tue opere – penso in questo caso soprattutto ai numerosi video e disegni che hanno per soggetto l’accumulazione – è di mettere in scena tanti e diversi meccanismi umani e più che umani che, nonostante solitamente non abbiano una forma, con le tue opere la trovano mediante una costante trasformazione di paesaggi e scenari. Per il suo compimento sembra essere decisiva anche una tua tendenza alla riappacificazione. Voglio dire, ciò che nella realtà sarebbe un disastro, nelle tue opere assume le sembianze di un soggetto narrativo.
Solitamente attribuiamo ai disastri un significato negativo. Ma possiamo considerarli delle ripartenze, dei punti di svolta da cui prendono forma delle trasformazioni.  Da quel momento in poi, le cose non saranno più come prima. Di pace, a ben pensarci, ce n’è ben poca… Ma credo di capire che cosa intendi. Nei miei video le trasformazioni sono incessanti e portano il più delle volte a degli equilibri temporanei, delle finte stasi: sono riappacificazioni apparenti. Tieni conto che c’è tutta una tradizione artistica di contemplazione del disastro (penso all’estetica romantica del sublime) che nel rappresentarlo lo ammansisce. Io, invece, lo faccio esplodere per inseguire la continua trasmutazione delle forme che esso innesca. Foreste che invadono le città, piscine che tracimano e allagano il mondo, statue furibonde…

La chiave di volta per la riuscita delle tue opere è il collage. Ma anziché mera combinazione, ogni volta esso è piuttosto il risultato di un tuo particolare modo di riuscire a stabilire delle connessioni tra più elementi. Prima avveniva con il disegno, poi con carte cartoni e video, in seguito con i materiali e i tessuti.
Lo stesso procedimento del collage su carta lo applico anche alla stoffa. Il filo da cucitura, che usavo già nei collage cartacei, non è solo un modo per unire due tessuti: spesso diventa qualcosa di indipendente, come quelle pennellate in evidenza che sono le vere protagoniste di certi dipinti dei secoli passati. Con il collage non si ottengono solo equilibri armoniosi ma anche rottura, negazioni, drammi. Il collage ha un modo peculiare di (non)raccontare.

La tua riflessione su quest’ultimo carattere del collage lascia anche trasparire quella che sembra essere una tua contrapposizione al primato delle forme.
Quando sono al lavoro, procedo sulla base di un canovaccio generico che può trasformarsi in corso d’opera, senza preavviso. Scelgo diversi mezzi per poter ottenere ciò che cerco. La natura stessa del collage fa da supporto e stimolo alle mie intuizioni. Un lavoro dà vita a un altro: collage, video, tessuti si influenzano a vicenda. Molte sequenze dei miei video, se ci pensi, non sono nient’altro che collage in movimento, collage “scollati” e dinamici. Riguardo a quello che dici, distinguerei video e opere statiche: i primi oltre a “sviluppare” una catastrofe mostrano la vicenda di una forma. I collage e i tessuti, soprattutto ultimamente, si riferiscono a storie di vita vissuta (biografie di astronome e botaniche, spesso misconosciute).

Tuttavia, di immagini nelle tue opere ve ne sono molte: la questione essenziale per te sembra essere prima di tutto come e se riuscirai a ottenerle. 
È per questo che il lavoro con il collage per me è cruciale. Il collage è il modo per distruggere le forme, il medium più potente per farlo, per cercare disequilibri, per liberarsi dai riferimenti. 

Parallelamente, mi sembra anche che per te si tratti di poter sviluppare una continua ricerca sul suono, sulla sua presenza diretta e indiretta.
Nei primi miei video cercavo sempre la colonna sonora giusta, a volte la creavo io, a volte la trovavo già pronta, altre volte la chiedevo a dei musicisti. Da un certo punto in poi ho fatto video muti, perché fossero le immagini stesse a “suonare”. Naturalmente questo non riguarda i miei due documentari (fatti in collaborazione con l’antropologa Valentina Bonifacio): quello in cui si sentono le parole delle donne sudamericane detenute nelle carceri italiane, e l’altro in cui ho intervistato Lisetta Carmi e i devoti dell’Ashram di Cisternino.

Il tuo lavoro sulle forme sembra anche orientato dalla possibilità di conseguire una sorta di ‘completamento’: ognuna delle tue opere mostra qualcosa che non appartiene solo a te poiché, in fondo, può anche riguardarci.
Questo è un punto critico: quanto di ciò che viviamo e sentiamo può riguardare gli altri? Tanti anni fa ho esplorato la mia attrazione per le scarpe: ho dipinto tutte le paia che avevo in casa, poi ho dipinto gli interni degli armadi miei e dei miei amici. Poi mi hanno affascinato gli accumulatori, anche se io non ho quella patologia. Poi le catastrofi collettive, ambientali e urbane. Ultimamente mi coinvolgono le biografie e le storie, soprattutto quelle di studiose e scienziate del recente passato. Ma tutto questo lo avvicino a modo mio, con quella oscillazione che ti descrivevo all’inizio. Non sono mai “temi”, ma occasioni che mi spingono a esplorare forme nuove. 

Davide Dal Sasso

https://www.luciaveronesi.com

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