Difendere la pittura? Non è più tempo

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Nell’arte contemporanea vige una strana idea del tempo. Tutto è veloce, molto veloce – neanche ‘contemporaneo’ fosse sinonimo di ‘istantaneo’ – ma poi per alcune questioni il tempo si dilata a dismisura. Almeno qui in Italia. È il caso dell’annoso tema ‘attualità della pittura’. Torniamoci su.

La riscoperta della pittura in Italia

Vista dal nostro Paese, la riscoperta del mezzo pittorico sembra stia avvenendo ora. Come fosse una novità cui porre la dovuta attenzione. Ma le cose non stanno così. Si tratta di un processo in atto da due decenni: non poco, considerati i tempi con cui si osservano e catalogano i fenomeni nel mondo contemporaneo. Ma soprattutto, è un processo che ha inciso profondamente sul mood generale, modificandolo. La pittura, in altre parole, non è in ripresa, è sugli scudi, il che è un po’ diverso. Per cui c’è un evidente ritardo in termini di narrazione.
Ma in Italia va così, non è una novità: si è sempre troppo lenti. Ma attenzione, si è lenti non perché si è distratti rispetto ai processi in atto, al contrario, si è lenti perché si attende che questi si consolidino e arrivino a dama. Una sorta di riflesso condizionato, una pulsione irrefrenabile da inconscio collettivo porta l’italiano a voler stare coi vincitori, purtroppo anche su queste questioni. Il che è piuttosto triste, visto che si parla d’arte, e dunque di libertà. Si cerca sempre di capire, non solo dove tira il vento, ma anche se quel vento è abbastanza sostenuto e soprattutto costante. A quel punto – solo a quel punto – si prende posizione: solitamente la posizione che ha prevalso. Magari assumendo pure pose controcorrente quando ormai s’è fatto tardi.

Ennio Flaiano negli anni ’60

La pittura non è outsider

Questo per dire che il piagnisteo sulla pittura è tardivo. La pittura oggi è non solo viva, ma pure cool e ruggente. Quindi far passare il messaggio di prima, che la voleva appannaggio degli artisti outsider incuranti del presente, non è più ammissibile. Più serio sarebbe – paradossalmente – buttarla sull’opportunismo, dire apertamente che c’è da cavalcare l’onda, gridare senza remore ‘i fiumi sono in piena, potere stare a galla’, per citare il compianto Franco Battiato
Perché l’onda non soltanto c’è, ha allagato tutto. Basta guardarsi in giro. Ora o sono tutti pittori, oppure la si guarda comunque con rispetto la pittura. E se si tuona, lo si fa contro la fotografia, non certo contro la pittura – per inciso: oggi andrebbe difesa la fotografia, non la pittura. Poi ci sono i neo-concettualisti anni Novanta (ora ex neo-concettualisti) diventati tutti studio e pennello, o dediti a realizzare lavori comunque materici. E l’elenco potrebbe continuare.
Per cui parlare ora di hype stride. Anzi, fa pensare al solito correre in soccorso del vincitore descritto da Ennio Flaiano. Ormai, anche invocare un pittore al Padiglione Italia alla Biennale veneziana fa questo effetto, per il semplice motivo che si tratta di un ovvio esito cui non potremo che assistere a breve: meglio evitare. Più interessante allora volgersi al passato, chiamare in causa la memoria, anziché spezzare lance fuori tempo massimo. E ricordare cos’era la pittura fino a – grosso modo – due lustri fa, qui da noi in particolare.

Carol Rama, Senza titolo (Il sogno), 1950 olio tela, 80 x 100 cm. Galleria Del Ponte, Torino

La pittura secondo Luigi Presicce

Qualche flash. Se solo la nominavi eri ‘uno a cui piace la pittura’. Proprio così: lo scherno era talmente condiviso, e spesso perpetrato dagli stessi artisti, che funzionava anche per via allusiva, senza essere esplicitato. ‘Eh, ma a lui/lei piace la pittura’ si era soliti dire, con quel ‘ma’ a segnalare uno stigma, una connotazione di decadenza. Il messaggio, sotteso, era il seguente: la pittura è roba vecchia, superata e sepolta. Pochissime le voci fuori dal coro. Addirittura, risultava destabilizzante Jannis Kounellis, il quale, provocatoriamente, pur facendo per lo più arte oggettuale, amava definirsi un pittore. Oggi penseremmo: sai che coraggio. Allora, no.
In un recente articolo scritto per Artribune l’artista Luigi Presicce dice bene: la pittura è una ‘belva feroce’, difficile da poter ‘fregare’. Andrebbe aggiunto: mai come adesso. Perché ora non solo ruggisce, troneggia. Per cui tributarle onori non costa molto, come pure carezzarla, visto che è in salute. Prima, invece, quando appariva malconcia, se ne parlava con sdegno, o al più con tenerezza. E non mancavano certo gli esempi luminosi! Solo, restavano sullo sfondo, relegati in un recinto di lazzaretto, anche quando si trattava di giganti. Il pensiero va ai Philip Guston, alle Carol Rama – solo per fare due nomi –, a gente controcorrente sul serio, che si è ostinata a dipingere nonostante contesti avversi, e a cui la storia si è poi inginocchiata.

Il trend della pittura

Ma i trend sono trend: sono anch’essi feroci, per cui non bisogna infierire. Il clima era effettivamente sfavorevole – lo ripetiamo: qui da noi soprattutto –, quindi serviva un coraggio da leoni per tenere la barra dritta e andare avanti sulla propria strada. Perciò a chi non se l’è sentita in quel momento storico va tutta la comprensione del mondo. Un po’ meno a chi infieriva e adesso tace o ritratta.
Ma detto questo, va anche ammesso, in tutta onestà, che oggi non è più così. Non ci sono più quelle premesse, minimamente. Il vento è cambiato radicalmente, l’avversione di quel periodo si è dissolta nel nulla.
Per cui no, non è più tempo di stracciarsi le vesti per la pittura. Neppure qui da noi.

Pericle Guaglianone

L’articolo “Difendere la pittura? Non è più tempo” è apparso per la prima volta su Artribune®.

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