Due artiste iraniane si raccontano tra passato, futuro e moda

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Da un lato la fotografa Fernaz Damnabi, dall’altro l’artista multidisciplinare Mehrnoosh Khadivi: due visioni profonde e personali della stessa radice ci svelano di più sulle dinamiche socio-economiche dell’Iran. Confermando quanto la società, intesa come entità che alimenta i caratteri e plasma le menti attraverso la cultura e le norme, abbia un ruolo fondamentale sia nella formazione dell’individuo sia nello sviluppo dell’arte come prodotto umano.

CHI È LA FOTOGRAFA FARNAZ DAMNABI

Farnaz Damnabi è nata nel 1994 a Teheran, Iran, dove vive e lavora tutt’oggi. Dopo la laurea in Graphic Design e un master in fotografia presso la University of Art di Teheran, diventa Main Member della National Iranian Photographers’ Society (NIPS). Inaugurata lo scorso 23 maggio presso la 29 ARTS IN PROGRESS gallery di Milano, la mostra UNVEILED è la prima personale della giovane artista e riunisce una selezione di opere che offrono al pubblico il racconto di una giovane fotografa dell’Iran contemporaneo, sospeso tra passato e futuro. La protagonista assoluta dei suoi scatti è l’identità femminile iraniana, immortalata nella routine di donne, madri e lavoratrici facenti parte di una società che tarda a riconoscerne il valore e la libertà.

INTERVISTA A FARNAZ DAMNABI

Cosa l’ha spinta a fare della fotografia la sua arte?
Sono innamorata dei colori e delle forme. Mi piace molto guardare e creare arte in diversi campi, ma c’è qualcosa in più nella fotografia: ogni volta che passo il tempo a scattare, selezionare e modificare, sono piena di gioia. Dal mio punto di vista, nella fotografia si comunica con gli altri, siano essi persone, oggetti o addirittura città. È una collaborazione ed è proprio l’interazione ciò che mi appaga. 

Le sue foto, soprattutto quelle esposte alla mostra UNVEILED, mostrano la condizione delle donne iraniane. Quanto c’è della sua vita in questi scatti?
È una domanda davvero difficile. Non ho mai voluto rispecchiare la mia vita nelle mie foto. Fotografo tutto ciò che attira la mia attenzione, forse anche le cose che non vorrei mai essere. 

E come spiegherebbe a una donna italiana la sua condizione di fotografa che vive e lavora a Teheran?
Generalmente, quando giri a scattare, succede che le persone facciano caso a te mentre imposti la macchina fotografica: trovi i momenti decisivi e poi premi il pulsante. Fare street photography in paesi religiosi è un po’ diverso. In Iran è necessario prestare attenzione a ciò che si indossa, aspettarsi che le persone chiedano il motivo per cui le si sta fotografando e che, a volte, a causa di una certa diffidenza o in relazione alle credenze religiose, rifiutino di essere immortalate. 

Attraverso i suoi scatti lei mette in luce questioni come la discriminazione delle donne nel mercato del lavoro, il divario di genere nei salari e la mancanza di riconoscimento del loro contributo in settori chiave dell’economia e dell’artigianato.
Non c’è una legge scritta che prevede che le donne siano pagate meno degli uomini, ma semplicemente una conseguenza della situazione economica generale. La differenza è che le donne tendono a lavorare anche accettando un salario inferiore. Comunque in questo momento storico, a causa degli embarghi, sia donne sia uomini ricevono meno di quanto dovrebbero.

© Farnaz Damnabi, Dance of colors, 2017. Courtesy of 29 ARTS IN PROGRESS gallery

L’ABBIGLIAMENTO IRANIANO SECONDO FARNAZ DAMNABI 

Si sente vicina alla tradizione nell’abbigliamento femminile?
Vivere nel ventunesimo secolo richiede i suoi accorgimenti, ma io non mi sento né attaccata alle usanze né distante da esse. Le donne più religiose indossano il chador, mentre altre portano il velo solo in luoghi pubblici. Io appartengo a quest’ultimo gruppo. Penso che sia una decisione personale e che ogni individuo debba avere il diritto di scegliere quale stile di vita abbracciare, come vestirsi e quali usanze adottare.

Quanto considera importante la libertà di espressione personale attraverso l’abbigliamento e il vestire come diritto umano?
Penso che decidere cosa indossare sia uno dei diritti umani più importanti e fondamentali. Credo anche che ci siano molte questioni più urgenti sulle quali le persone dovrebbero concentrarsi come l’accesso all’istruzione, la garanzia di salute fisica e mentale, le questioni ambientali come il cambiamento climatico e la qualità dell’aria che respiriamo, per citarne alcune.

E crede che la consapevolezza della propria condizione sia legata a mezzi culturali e sociali?
I problemi economici hanno fatto emergere la questione dei diritti fondamentali in Iran. Quando vivere diventa sempre più difficile, le persone sono sotto pressione e prima o poi esplodono. Dal settembre del 2022 la situazione in Iran è cambiata e oggi tutti lo sanno grazie allo sviluppo della tecnologia. Così la gente diventa più consapevole dei propri diritti: confrontandoli con quelli altrui.

Mernoosh Khadivi, Installazione per Pitti (Thomas Tait)

CHI È LA DESIGNER MEHRNOOSH KHADIVI

Mehrnoosh Khadivi, anche lei di Teheran, vive a Londra dagli anni ’70. Artista multidisciplinare, designer e creative director, è fondatrice di Craftwork Studio. Tra i numerosi progetti, l’artista ha aperto la sua visione al mondo delle fragranze: in occasione della performance SOIL, ideata con la danzatrice e coreografa Daniela Neugebauer, l’artista ha creato un’installazione sui profumi dell’Iran per creare un dialogo tra il sensoriale, lo storico, il culturale e il suo paese. Oggi è visiting lecturer al Royal College of Art e si occupa del progetto IFF, che ricerca sull’arte della profumeria e il futuro del profumo.

INTERVISTA A MEHRNOOSH KHADIVI

Come racconterebbe il suo avvicinamento al mondo delle fragranze?
Di recente ho introdotto il profumo nel mio lavoro, poiché sono alla ricerca di modi per invocare connessioni più profonde tra persone e oggetti. Ho realizzato sculture cinetiche interattive che decostruiscono un profumo e installazioni immersive che fondono l’olfatto con la performance. La vista, seguita dal suono, è sempre stata al primo posto nella gerarchia dei nostri sensi, ma coinvolgendo attivamente un senso subordinato come l’olfatto si ha l’opportunità di accrescere la consapevolezza e di invocare risposte emotive e viscerali.

Cosa l’ha spinta a voler comunicare l’Iran e le sue usanze attraverso questo concept?
In realtà il progetto è nato come una collaborazione con la danzatrice e coreografa Daniela Neugebauer per una performance e un’installazione sul suolo e sulle nostre mutevoli relazioni interpersonali con la Terra. Per rendere l’esperienza più immersiva, ho creato un profumo che è stato rilasciato durante la performance e che ha riunito tutti in un momento collettivo molto speciale. Un odore è qualcosa di così affascinante e particolare perché è fisico ma al contempo invisibile. E l’unico modo per percepirlo è esserci strettamente a contatto. La mia ricerca si è spinta verso opere d’arte e poesie classiche iraniane come ispirazione per rappresentare la connessione tra umanità e natura. Con l’obiettivo di trovare un modo per valorizzare i nostri prodotti culturali.

Vive a Londra da diversi anni, come si rapporta alla tradizione iraniana nella sua vita?
Ho vissuto la maggior parte della mia vita a Londra, sono una londinese. Ma le mie radici iraniane sono fortemente presenti. Gli iraniani amano festeggiare e riunirsi per i momenti celestiali come l’equinozio o il solstizio e io sono molto legata a questa idea di far parte di qualcosa di più grande. Rivedo l’Iran in alcune mie abitudini, come nell’accoglienza degli ospiti che sommergo di cibo o in certe superstizioni che ho interiorizzato da bambina. Per quanto riguarda il mio lavoro, le mie radici si manifestano nell’amore per la geometria e il modellismo, per l’artigianato tradizionale e il rispetto verso la manifattura, che mi è stato tramandato da mia madre. C’è un senso di realizzazione che deriva dalla creazione di qualcosa da poter condividere con gli altri.

Mernoosh Khadivi, Mirror Drop Dome

L’ABBIGLIAMENTO IRANIANO SECONDO MEHRNOOSH KHADIVI

Si sente vicina alla tradizione nell’abbigliamento femminile?
Amo l’abbigliamento tradizionale, non solo in Iran, ma in generale. Credo che sia necessario continuare a produrre ed indossare tutti i bellissimi tessuti che ci legano alle radici storiche. L’artigianato tradizionale in tutto il mondo rischia di andare perduto e la conoscenza di questi mestieri è in pericolo di estinzione, perché le competenze smettono di essere tramandate. Mi piacerebbe che le nuove generazioni si avvicinassero a questi mestieri perduti.

Quanto considera importante la libertà di espressione personale attraverso l’abbigliamento?
Penso che l’espressione personale sia importante perché ci permette di articolare i nostri pensieri e sentimenti, e di connetterci gli uni con gli altri. Gli abiti che indossiamo riflettono il modo in cui vorremmo essere percepiti, ma soprattutto ci consentono di comunicare come vediamo noi stessi. Credo proprio che il modo in cui ci vestiamo sia un riflesso di noi stessi.

Pensa che rimanere in Iran avrebbe cambiato le sue aspirazioni artistiche?
Sono sempre stata curiosa e mi piace imparare, la mia inclinazione artistica è stata sostenuta dai miei genitori fin da quando ero piccola e credo che avrei comunque perseguito un percorso creativo, anche se non mi fossi trasferita nel Regno Unito. Forse il viaggio sarebbe stato diverso, forse avrei continuato con l’architettura, ma mi sarei in qualche modo cimentata nell’espressione della mia creatività.

Elena Canesso