Gli ultimi trend del mercato dell’arte dopo le aste di New York

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Maggio 2023 è stato un mese molto fitto per il mercato dell’arte per via delle numerose aste che si sono svolte a New York nella settimana dall’11 al 18, giorni in cui i ricchi cataloghi delle major Christie’s, Sotheby’s e Phillips hanno tentato di “ubriacare” di bellezza gli offerenti con la qualità indiscutibile di molte delle opere proposte all’incanto. In alcune circostanze l’entusiasmo è salito a temperature alte, ma in generale il sentiment è apparso tiepido, con moltissime aggiudicazioni vicine alle stime basse, probabilmente condizionate anche dallo scenario economico e geopolitico incerto a livello globale.

Louise Bourgeois, Spider (1996). Courtesy: Sotheby’s

ASTE DI NEW YORK. LE COLLEZIONI PRIVATE E IL PASSAGGIO GENERAZIONALE

Sia Christie’s che Sotheby’s hanno proposto a New York collezioni private di respiro museale, dismesse nel passaggio generazionale ed arrivate sul rostro per trovare un nuovo proprietario. La prima ha presentato la collezione di Gerald Fineberg, magnate dell’immobiliare, e di S.I. Newhouse, comproprietario di Condé Nast, mentre la seconda ha puntato sulla collezione di Mo Ostin, noto discografico della Warner Bros. La dismissione delle grandi collezioni private è un fenomeno al quale si assiste con più frequenza negli ultimi anni, basti pensare alla Macklowe Collection, per non parlare della Paul G. Allen Collection da record nel 2022. Questi nuclei di opere attirano offerenti con grandi portafogli, non solo per la qualità dei lotti, ma anche per essere appartenute personaggi di fama globale, un dato che conferisce alla provenienza la funzione di “bollino” di prestigio dell’opera che si vuole acquistare e che, inevitabilmente, spinge le vendite. Le case d’asta hanno da subito intuito questa attitudine del mercato, creando, così, sessioni ad hoc rivolte alle sole collezioni private, come se fossero una sorta di scrigno a parte rispetto al già nutrito calendario delle aste ordinarie.

Willem de Kooning, Orestes (1947). Courtesy: Christie’s Images Ltd.

LE COLLEZIONI PUBBLICHE IN ASTA. IL DEACCESSIONING

C’è da aggiungere, poi, l’arrivo nei cataloghi di New York di opere provenienti da collezioni museali internazionali, in quel movimento che chiamiamo deaccessioning, ovvero la dismissione di un’opera d’arte da parte di un museo, laddove gli ordinamenti giuridici lo consentano. Ciò è accaduto, ad esempio, con la scultura Spider (1996) di Louise Bourgeois, proveniente dall’Instituto Itaú Cultural e già parte della collezione del Museo di San Paolo, dove è rimasta per oltre vent’anni. L’opera è stata venduta da Sotheby’s il 18 maggio scorso per 32,8 milioni di dollari conferendo all’artista un nuovo record d’asta.

LA RISPOSTA ALTALENANTE DEL MERCATO DELL’ARTE

Una settimana o poco più a dir poco fitta di appuntamenti e densa di capolavori, dunque, con più di quindici sessioni di vendita, a volerle sommare tutte. Ma la domanda è stata così forte da assorbire questa valanga di lotti? La risposta non può essere netta. Di certo il mercato statunitense, nonostante mantenga il volume d’affari più robusto a livello globale, non è riuscito, in questo caso, a soddisfare pienamente le aspettative. Le New York Sales, salvo alcune eccezioni come El Gran Espectaculo (The Nile) di Jean-Michel Basquiat, venduto per oltre 67 milioni di dollari da Christie’s, Insel im Attersee di Gustav Klimt accaparrato da un collezionista giapponese da Sotheby’s per oltre 53 milioni di dollari e altri lotti del calibro di Henri Rousseau e Willem de Kooning venduti sopra i trenta milioni di dollari, si sono rivelate caute e oculate. La maggior parte dei lotti si è mantenuta nelle griglie delle valutazioni pre-asta, non superando la stima alta e spesso rimanendo vicino a quella bassa, se non anche più giù. Ci sono stati diversi ritiri di peso prima di alcune sessioni, si pensi a Phillips che ha ritirato quattro opere prima della 20th Century & Contemporary Art Evening Sale del 17 maggio scorso e non si sono registrati particolari picchi, con le molte garanzie di parte terza a coprire i rischi di invenduto. In più, alcune vendite importanti relative all’ultra-contemporaneo, a tratti speculative, hanno mostrato ancora i denti, ma con meno grinta rispetto a solo qualche mese fa.

Gustav Klimt, Insel im Attersee (1901). Courtesy: Sotheby’s

PROSPETTIVE FUTURE PER UN MERCATO CHE RALLENTA

Naturalmente è prematuro parlare di un raffreddamento del mercato o tantomeno di una battuta d’arresto, anche perché le vendite a New York ci sono state, anche se meno pompose rispetto a qualche semestre fa. Del resto, il denaro inizia a costare molto ultimamente, visti gli incrementi dei tassi di interesse che ciclicamente vengono imposti dalla FED (Federal Reserve) per tenere a bada l’inflazione, misura simile adottata anche in Europa dalla BCE. Ciò influisce anche sul mercato immobiliare, con risultati a catena: meno mutui, meno case da arredare, meno opere da acquistare. Inoltre, il fallimento della Silicon Valley Bank e della Credit Suisse non hanno iniettato di certo fiducia negli investitori, senza dimenticare gli incerti scenari a livello globale, tra conflitti e provocazioni attuali e potenziali che non rassicurano, ma anzi creano tensioni sui mercati. Calibrare i cataloghi con stime più accessibili e lavorare sui prezzi di riserva potrebbe essere per il mercato la strada per prendere fiato e ripartire, in questo momento. Rallentare. Che non significa frenare, ma avere lo spazio per un ripensamento strategico. Così come creare una offerta di qualità non necessariamente concentrata in pochi giorni o settimane, ma distribuita con più agio, anche per dare la possibilità ai collezionisti di studiare con più attenzione i cataloghi e di fare scelte più consapevoli.

Antonio Mirabelli