I graffiti sul portale della Galleria di Milano sono un’occasione mancata 

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I graffiti che, la mattina dell’8 agosto 2023, hanno dato il buongiorno ai cittadini e ai tanti turisti che stanno affollando Milano sono un’occasione mancata. Mi spiego meglio: riesci nell’impresa di raggiungere la vetta della Galleria Vittorio Emanuele II, uno degli edifici più iconici (e fotografati) della città – un impegno considerevole, bisogna riflettere sul come siano riusciti ad arrivarci per evitare future emulazioni – e sprechi tale singolare opportunità scrivendo immense tag incomprensibili (e di scarsa fattura, oltretutto).  

Vandalismo e disobbedienza civile 

Pur essendo, ovviamente, contrario a qualsiasi tipo di vandalismo, queste vicende mi obbligano a compiere distinzioni precise, basate sugli intenti di chi compie tali atti. Se pur qualcuno potrebbe vedere nei nuovi graffiti della Galleria una sorta di “fregio contemporaneo”, la realtà sembra avvicinarsi più a una (becera) ricerca di quei quindici minuti di celebrità profetizzati da Andy Warhol oltre quarant’anni fa. Ben diverse sono le operazioni di gruppi attivisti come Ultima Generazione, che negli ultimi anni hanno attaccato monumenti, piazze e musei in nome di una volontà di sensibilizzazione sul cambiamento climatico, tanto da essere tacciati addirittura di terrorismo. Che siamo in accordo o in disaccordo con questa forma di disobbedienza civile, non è possibile evitare di riconoscere l’esigenza di mandare un messaggio forte. Si può (e si deve) discutere dei mezzi impiegati per raggiungere tale fine, ma negare l’esistenza di una reale volontà di comunicare l’emergenza è semplicemente sintomo di cecità.  

Il monumento equestre a Vittorio Emanuele II. Foto Ultima Generazione

Il limite tra street art e vandalismo 

La linea di confine che separa il vandalismo dei writer della Galleria dalle azioni di Ultima Generazione è proprio la presenza/assenza di un messaggio, di un intento comunicativo orizzontale. Le tag sono un linguaggio verticale, riservato a chi può comprenderle e, allo stesso tempo, del tutto muto nei confronti di chi non è inserito nelle dinamiche socio-culturali del writer che le ha prodotte. Più che al vandalismo, dunque, lanciare vernice su una statua o su un palazzo storico per esprimere dissenso e richiamare all’azione è ascrivibile alle modalità e ai fini della street art (altra grande vittima della concezione generalista della parola “vandalismo”). Confondere le produzioni artistiche di strada con banali scritte sui muri è come scambiare un fiore con un’erbaccia. Anche se i mezzi talvolta coincidono, la street art è comunicazione e non bravata, espressione e non goliardia, rigenerazione e non degenerazione. E conserva istanze estetiche che impattano realmente e positivamente sullo spazio pubblico: al contrario, il nuovo fregio (o sfregio) di Galleria Vittorio Emanuele II è l’apoteosi di quella banalità del brutto (come scrive Cristiano Seganfreddo nel suo ultimo libro) che affligge lo spazio urbano contemporaneo. 

Si poteva fare di più (e meglio) 

Un’occasione mancata, dunque, perché la visibilità del luogo e la potenziale viralità dell’atto potevano essere sfruttati diversamente. Non serve essere grandi street artist per comunicare un disagio, un pensiero, una necessità: sarebbe stata un’azione certamente divisiva, avrebbe potuto contribuire a enfatizzare e dare voce a centinaia di tematiche attuali e opprimenti. È la testimonianza, invece, di un sistema che fallisce nel formare una capacità espressiva e critica, anche in quella che questi improbabili writer credono essere disobbedienza civile. 

Alberto Villa 

L’articolo “I graffiti sul portale della Galleria di Milano sono un’occasione mancata ” è apparso per la prima volta su Artribune®.

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