La chiesa di Roma trasformata in giungla incantata da un artista

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Potente, accogliente, violenta: la prima personale in Italia di Precious Okoyomon (Londra, 1993, vive a New York) conferma l’impatto delle precedenti apparizioni di questa artista complessa, la cui biografia artefatta – nel senso letterale del termine, prodotto insomma di arti diverse – spiega solo in parte la disturbante novità di una produzione varia e difficilmente classificabile secondo gli standard correnti.

Precious Okoyomon, The Sun eats her children, installation view at Sant’Andrea De Scaphis, Roma, 2023

L’arte secondo Precious Okoyomon

Una mancanza d’appartenenza, per cominciare, è in effetti la prima caratteristica di cui tenere conto: Okoyomon rientra in un gruppo selezionato di artefici contemporanei – insieme, per dire i primi nomi che vengono in mente, a Rirkrit Tiravanija e Hans Ulrich Obrist, della Okoyomon non a caso amici, se s’approva l’idea che la più potente forma di creatività sia la curatela sintetica di genialità altrui, siano queste d’individui o culture – che esplorano l’idea di un’arte non più riconducibile allo spettacolare wrestling ottocentesco tra piccolo mondo antico e grande avanguardia moderna. E invece accettano la possibilità conservativa che tutto possa servire nella ricerca spirituale alla radice di qualsiasi attività dell’essere umani, dalla cucina al multimediale. Okoyomon si dichiara poeta per prima cosa, quindi cuoca sperimentale, poi sono arrivati i fari e fati della Biennale di Venezia (2022) e alcuni dei più avveduti avamposti del sistema internazionale dell’arte (LUMA 2019, MMK 2020) a lanciarla nella stratosfera di quello stesso sistema. 

Precious Okoyomon, The Sun eats her children, installation view at Sant’Andrea De Scaphis, Roma, 2023

La mostra di Precious Okoyomon a Roma

Durerà, segnerà? A soffermarsi sulle poche e acclamatissime opere sin qui realizzate, l’impressione è che Okoyomon si trovi fortunatamente, e pericolosamente, al bivio tra la Scilla di Arthur Rimbaud e la Cariddi di Jeff Koons: se la genuinità degli esordi non sarà preservata da se stess* (l’artista si dichiara non binaria), a rischio d’esaurirsi subito per diventare altro, rischia di replicare in forma di trovata qualcosa d’inatteso e rilevante, pur di restare sotto la luce dei riflettori. The Sun eats her children, titolo della mostra romana: appunto.
L’esposizione, allestita nella chiesta sconsacrata di Sant’Andrea de Scaphis a Trastevere (di fatto un satellite impazzito in maniera avveduta del gallerista Gavin Brown), ricorre a una natura selvaggia e pericolosa – piante selvatiche, molte delle quali velenose, disposte tutt’intorno a un altare barocco abbandonato, intorno a cui volano stentando grandi farfalle importate dall’Africa per l’occasione – con la compresenza di un gigantesco pupazzo urlante che apre e chiude gli occhi accompagnato dalla musica sognante di Kelsey Lu. Il peluche meccanico, al modo di altri abitanti di altre installazioni dell’artista, è a suo modo straniante e accogliente, l’atmosfera verde satura di CO2 dà velocemente alla testa, la sera dell’inaugurazione le persone presenti si muovevano tra erbe e lepidotteri come docilmente drogate: s’esce dalle cortine del vecchio tempio come da un incanto ben congegnato. Poi però rimangono questioni da risolvere per capire che fare dell’inquietudine raccolta. 

Precious Okoyomon, The Sun eats her children, installation view at Sant’Andrea De Scaphis, Roma, 2023

La violenza nell’opera di Precious Okoyomon

In occasioni precedenti Okoyomon ha impiegato piante infestanti (in particolare il kudzu, importato negli USA dal Giappone sul finire dell’Ottocento per riforestare terreni erosi, presto bandito a causa dei suoi effetti invasivi incontrollabili) per ragionare di distruzione e vita a un tempo; a Roma la selva velenosa allestita in chiesa sembra stentare prima di tutto per sopravvivere a se stessa tra le intemperie del caldo estivo, per non parlare delle farfalle, liberate di continuo dalle casse d’importazione, le ali pesanti di colori e calore, meglio non sapere quanto destinate a campare in un ambiente che – anche senza voler essere troppo anticlericali – non è fatto per ospitare forme felicemente viventi. 
Oltre alla potenza dell’effetto generale e all’accogliente intimità dell’allestimento si arriva così alla violenza di fondo dell’opera di Okoyomon. Una violenza, viene da considerare, che dei Paesi spirituali d’origine dell’artista – Nigeria e USA – riporta quell’indifferenza verso il valore della vita individuale, la disposizione al consumo e alla dissipazione che probabilmente è presupposto di conquiste meno singolari, maggiormente appariscenti, ma che non per questo risulta più eticamente accettabile. Per farla breve, se ci siamo abituati a guardare un film senza troppi complessi di colpa perché viene garantito che nessuna vita è stata maltrattata, è il caso di cominciare a farlo anche quando si tratti di una mostra: dopotutto, sempre di spettacolo si tratta, senza che una simile considerazione voglia in alcun modo criticare la rilevanza artistica dell’opera in discorso, senz’altro nuova e forte.

Luca Arnaudo

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L’articolo “La chiesa di Roma trasformata in giungla incantata da un artista” è apparso per la prima volta su Artribune®.

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