La danza del corpo collettivo. Elena Bellantoni in mostra a Forlì

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Da una crisalide/sacco della spazzatura, si libera un corpo di donna, nello spazio sospeso di una fabbrica tessile.  Tessuti inerti di spessori e colori variegati sono sfondo ai primi passi: un corpo veicolo che sfila bobine come fossero mummie fasciate, si carica di pesi al di sopra della sua forza. Un corpo che indaga, controvertendo l’ordine sedimentato delle cose.
Comincia così il video Se ci fosse luce sarebbe bellissimo, scritto e interpretato dall’artista Elena Bellantoni (Vibo Valentia, 1975) per la mostra progetto alla Fondazione Dino Zoli di Forlì a cura di Nadia Stefanel. Esposizione che si completa con due neon, quattordici abiti tunica, sei disegni a china su carta da spolvero con interventi a collage, realizzati dall’artista per fissare alcuni gesti propedeutici alla partitura performativa del video, e quattro lightbox che mettono in evidenza i passaggi fondamentali del video, in cui l’artista si relaziona con lo spazio aziendale di Dino Zoli Textile.

Elena Bellantoni, Se ci fosse luce sarebbe bellissimo, installation view at Fondazione Dino Zoli, Forlì, 2023. Photo Cristina Patuelli

LA MOSTRA DI ELENA BELLANTONI DA DINO ZOLI

Dopo l’aggiudicazione del premio speciale Fondazione Dino Zoli e Dino Zoli Textile del 2020 al Concorso nazionale Arteam Cup, Bellantoni ha subito un arresto per il distanziamento sociale dovuto alla pandemia Covid.
Alla ripresa della “normalità”, l’artista ha condotto un laboratorio di oltre un anno nel 2022 con la partecipazione volontaria degli operai della fabbrica, trattando il tema dell’habitus, inteso sia come abito, ma anche come comportamento, abitudine, attitudine. Gesto e corpo sono il focus della sua riflessione, dopo l’isolamento fisico: da un corpo routinario, solitario, legato alla macchina a cui si è assegnati nella linea di produzione, a quello espressivo, collettivo che vive lo spazio del lavoro, così prevalente nella vita delle persone. La ricerca di Bellantoni è cine-performativa: influenzata dal cinema muto degli anni Venti, e in particolare il genere comico di Buster Keaton, e dalle coreografie immaginifiche della grande Pina Bausch.

Elena Bellantoni, scena dal video Se ci fosse luce sarebbe bellissimo, 2022. Courtesy of the artist

ELENA BELLANTONI, IL GESTO E IL CORPO

Una fabbrica viva che attiva una dialettica, diversamente da quella morta dell’ultimo Padiglione Italiano alla Biennale di Venezia.
Bellantoni contamina le regole organizzative, attivando un rito: nella vestizione con gli ingombranti abiti scultura degli operai (tuniche rosa come la carne umana e blu come la tuta da lavoro), sovverte la logica della divisa che anonimizza, per attivare il corpo collettivo. La fila indiana che prima avanza a passo marziale poi volge in una danza, si chiude in cerchio e pulsa di gesti organici. La rotazione mistica dei neo-dervisci, richiama gli immaginari di Futurballa, di Pasolini, e curiosamente risuona con la danza sulle note di Battiato nell’ultimo film di Nanni Moretti Il sole dell’avvenire.
Che cos’è questa luce evocata nei neon? Quello blu, serale, dà il nome alla mostra, e rievoca l’ultima lettera di Aldo Moro scritta alla moglie nel 1978 prima del tragico epilogo.  Il secondo neon rosso cita Francesco Guccini in una sua riflessione sul dopo guerra (C’era una voglia di ballare che faceva luce), riflette i valori dell’Emilia-Romagna (reattivi anche contro il recente alluvione), e un più ampio desiderio di umanità dopo la pandemia.

Elena Bellantoni. Photo Cristina Patuelli

LA FABBRICA SECONDO ELENA BELLANTONI

La fabbrica, luogo della metamorfosi delle merci, per Bellantoni, che fin dalla sua colossale opera On the breadline, vincitrice della IV edizione dell’Italian Council (2018), realizzata fra Belgrado, Istanbul, Palermo, Atene, è anima, come sosteneva Simone Weil: “Come sarebbe bello lasciare l’anima dove si mette il cartellino di presenza e riprenderla all’uscita. Ma non si può. L’anima la si porta con sé in officina. Bisogna farla tacere”.
Elena – dal greco “splendente, fiaccola” è una tedofora che performa il silenzio come resistenza al rumore di fondo di un’epoca della iper-comunicazione, scongiurando l’oscurità dei funerali di Stato con la poesia.

Neve Mazzoleni