“La fotografia è il mio linguaggio”. Intervista al grande artista Jan Dibbets

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La fotografia come esercizio intellettuale e sperimentale. Jan Dibbets (Weert, 1941), tra i principali esponenti dell’arte concettuale europea, avvia le sue ricerche sulla percezione dello spazio e della luce e sul movimento negli Anni Sessanta. Così si avvicina alle potenzialità dello strumento fotografico, tra i primi a sviluppare un approccio pittorico al mezzo, amplificato in tempi più recenti dalle possibilità offerte dal digitale. A Milano, presenta da LOOM Gallery gli ultimi esiti della serie Colorstudies, iniziata nel 1975. Abbiamo colto l’occasione per una conversazione sui temi e le riflessioni che hanno accompagnato la sua carriera.

Jan Dibbets, 50 Years of Colorstudies, installation view at LOOM Gallery, Milano, 2023. Photo Andrea Rossetti

INTERVISTA A JAN DIBBETS

La serie Colorstudies si concentra sul linguaggio, un tema ricorrente nella sua ricerca. La fonte è un singolo negativo analogico. Il passaggio dalle immagini analogiche a quelle digitali sembra offrire infinite possibilità di sperimentazione: in che modo le tecniche digitali, che lei utilizza da oltre dieci anni, influenzano la sua ricerca?
La mia ricerca non è incentrata sul linguaggio, la fotografia è il mio linguaggio. Secondo me la fotografia è un mezzo giovane e nuovo e – contrariamente alla pittura e alla scultura – si sviluppa secondo nuove invenzioni tecniche. La domanda è, allora, come affrontare un mezzo tecnico che cambia costantemente con nuove invenzioni. La fotografia è completamente diversa dalla pittura, ma una cosa ce l’hanno in comune: non si tratta mai di cosa, bensì di come.

Il movimento gioca un ruolo importante nella lettura della serie Colorstudies. Anche il ruolo della percezione è significativo, così come in Perspective Corrections. Parliamo dell’importanza del movimento e della percezione nella Sua ricerca?
La mia pratica è ricerca sperimentale. Negli ultimi decenni ho cercato di rispondere alle domande poste dalla fotografia digitale. Ero – e sono tuttora – interessato a come utilizzare questa nuova tecnica. Non si tratta di scattare delle belle fotografie, né di scegliere dei bei soggetti, quanto piuttosto di come esprimere un esperimento.

Jan Dibbets, Colorstudy S4 (dark green), 1976-2012. Photo Andrea Rossetti. Courtesy l’artista e LOOM Gallery, Milano

JAN DIBBETS, LA PRATICA ARTISTICA E IL BELLO

Durante quasi sessant’anni di produzione, quali artisti sono stati i suoi riferimenti più importanti?
Artisti come Eadweard Muybridge, che ha cercato di utilizzare la fotografia per documentare il movimento, offrendoci una percezione che l’occhio umano poteva a malapena cogliere.
Più in generale, mi sono sempre interessato a tutti quegli artisti che hanno sperimentato seriamente. L’esperimento è l’unico modo di fare arte. Siamo attualmente in una società tecnica, nella quale viviamo determinate esperienze per la prima volta, cose che prima non esistevano. Questa è la sfida. Restare bloccati nelle idee del passato non ha alcun senso e sono affascinato dal rischio che ciò che oggi sappiamo sulla fotografia possa anche rivelarsi sbagliato in futuro. La mia idea di fotografia si basa su ciò che so adesso, ma chissà cosa sarà in futuro? Sono più incuriosito dal tentativo di aggiungere qualcosa alla nostra visione, piuttosto che ripetere qualcosa.

Quanto è stata importante per lei la storia dell’arte antica, gli artisti fiamminghi e gli artisti italiani del Rinascimento?
Ho visto molta arte, posso dire di avere una buona conoscenza dell’arte classica, e ovviamente quella conoscenza fa parte di me. Ma non ho mai guardato i dipinti come belli o attraenti. Mi piace un altro modo di vedere le cose. Le persone generalmente non capiscono che ciò che oggi definiamo bello era, al momento della sua creazione, qualcosa di nuovo che molto spesso è stato frainteso. Oggi, per esempio, diciamo che un quadro di Van Gogh è splendido, ma Van Gogh non ha mai venduto un quadro mentre era in vita.
Cosimo e Lorenzo de’ Medici, e diversi Papi in generale, hanno ottenuto i loro capolavori perché ovviamente potevano permettersi i migliori artisti del tempo, ma erano anche consapevoli che quegli artisti erano in grado di creare nuovi esperimenti, nuovi concetti, nuovi modi, una nuova storia di cui anche loro facevano parte.

Angela Madesani

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