La Giustizia nell’arte. La mostra al Museo Correr di Venezia

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La mostra IMAGO IUSTITIAE. Capolavori attraverso i secoli, a cura di Marina Mattei, al Museo Correr di Venezia, vuole chiarire come si è formato in origine il concetto di Giustizia, mostrando com’è cambiato nei secoli attraverso le interpretazioni di grandi artisti, che hanno cercato di concretizzare, raffigurandola, una necessità collettiva, e procedimenti normativi e gesti che disciplinano e impostano il vissuto sociale. Ne deriva un quadro complesso della tematica della giustizia, con i codici espressivi e didascalici che essa implica, divulgati visivamente attraverso l’arte, che qui può anche tralasciare il virtuosismo estetico a favore dell’ambito storico-concettuale.

Giovan Francesco Barbieri detto Guercino e bottega, Allegorie della Giustizia e della Pace, Prima metà del XVII sec. Olio su tela. Padova, Museo d’Arte Medievale e Moderna (Musei Civici agli Eremitani)

LA MOSTRA SULLA GIUSTIZIA AL MUSEO CORRER

Il percorso espositivo si snoda in sei sezioni, corrispondenti alle diverse iconografie dell’idea di giustizia che si sono avvicendate nel tempo: opere su carta, tela e tavola la raccontano e la interpretano come virtù o come personificazione e allegoria della stessa città di Venezia.
Si inizia dalla sala della biblioteca Pisani del Museo Correr: le sue pareti ospitano una serie di scaffali con volumi, incisioni, miniature e disegni, cui si affiancano sezioni che comprendono reperti archeologici, monete e medaglie. Il comportamento e il pensiero di intellettuali, giuristi e letterati impegnati per abolire la pena di morte sono incarnati nella figura di Cesare Beccaria; il percorso si chiude con quadri importanti che condensano il motivo conduttore della mostra. È il caso di citare La Giustizia di Giorgio Vasari (Arezzo, 1511 – Firenze, 1574): l’opera arriva dal soffitto a cassettoni del palazzo Corner-Spinelli, dipinto dall’artista durante il soggiorno veneziano del 1541-1542, e la Giustizia – che volge la schiena, forse significando l’imparzialità – ha alla sua destra un’immagine incoronata, Salomone o Traiano. Di quest’ultimo si racconta che in diversi casi si occupasse personalmente di giustizia penale; nel dipinto, a sinistra della Giustizia, due magistrati romani con i fasci littori personificano la giustizia militare.
Nel San Sebastiano Medici di Andrea del Sarto (Firenze, 1468 – 1531), il santo è avvolto parzialmente in un mantello azzurro: è un giovane molto bello, nella mano destra ha due frecce, all’uso turco, con la coda ad aletta, quelle che i torturatori gli conficcarono nel petto senza ucciderlo; in segno di devozione il suo sguardo è rivolto al cielo, la raffigurazione del corpo è perfetta. Un’opera, insomma, di “estrema sobrietà, raffinatezza, sensibilità”, come la definisce Claudio Strinati.
La Giustizia Corporativa è un grande altorilievo marmoreo di cinque metri concepito e concretizzato da Arturo Martini (Treviso, 1889 – Milano, 1947) nel 1937 per il Palazzo di Giustizia di Milano. La versione presente in mostra è uno studio di dimensioni ridotte, al centro domina l’immagine della Giustizia seduta sul tronco dell’albero del bene e del male, che tiene nelle mani i segni tradizionali della bilancia e della spada; attorno alla sua figura sono scolpite, in quattro grandi settori, scene risalenti alla mitologia classica greco-romana e raffigurazioni storiche e sociali.

Ai Weiwei, Surveillance Camera, Berengo Studio, Murano

LA GIUSTIZIA NELL’ARTE CONTEMPORANEA

Per quanto riguarda l’arte contemporanea, la Fondazione Berengo ha prestato tre opere per la mostra. L’installazione dell’artista sudafricano Kendell Geers (Johannesburg, 1968), Cardiac Arrest, è realizzata con manganelli di vetro che identificano un cuore con al centro una croce, che simboleggiano i buoni sentimenti, la sensibilità umana e perfino la spiritualità, mentre il manganello, anche in forma astratta, allude alla sommossa, allo scontro e alla sofferenza, ma nell’installazione di Geers assume una funzione catartica: protegge le persone, a servizio della difesa di tutti.
Ispirandosi alla scultura antica, l’artista belga Koen Vanmechelen (Sint-Truiden, 1965) ha prodotto la serie Temptation, mettendo insieme opere che rappresentano imperatori, filosofi, guerrieri, eroi, ma anche uomini comuni e donne scolpite in marmo bianco. Le teste sono rivestite con schegge di uova, che danno forma a creature ibride, invitando a rifuggire i limiti del pensiero razionale e codificato: la scultura Socrates Temptation, per esempio, amalgama Socrate con un Ibis, che nell’Antico Egitto era un simbolo legato al dio Thot, divinità del Sapere, ma anche delle leggi e del diritto, partecipando alle udienze del tribunale d’oltretomba, dove in compagnia di Anubis pesava il cuore del defunto, interrogandolo e stabilendo se potesse entrare o meno nel mondo dell’aldilà. E anche Socrate interroga, incalza, scava dentro il pensare comune mettendolo in discussione, fino alle estreme conseguenze, accettare per sé la morte decretata ingiustamente da Atene, tanto che Platone, nel Critone, gli farà dire: “È meglio patire ingiustizia che commetterla”.
La Iustitia, nella sua imparzialità, è bendata, ma al suo sguardo non sfugge nulla: nell’opera di Ai Weiwei (Pechino, 1957), Surveillance Camera, l’occhio si traspone nella telecamera di sorveglianza che resta uno dei più grandi topoi della cultura contemporanea a confronto con il problema dell’ordine e del governo della società. La sorveglianza, in tal senso, può essere garanzia di giustizia, ma anche uno strumento di sottomissione e controllo.

Fausto Politino

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