L’architettura onomatopeica di Kengo Kuma in mostra a Venezia

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Dopo quasi trent’anni dalla partecipazione alla 46. Biennale d’Arte, punto di partenza della carriera internazionale dell’architetto, a Palazzo Franchetti a Venezia inaugura la prima retrospettiva italiana su Kengo Kuma (Yokohama, 1954), con più di venti maquette e due installazioni site specific interconnesse dal concetto di parola-suono.

Conferenza Stampa e presentazione della mostra Kengo Kuma. Crediti Vincenzo Bruno/ACP

L’ARCHITETTURA SECONDO KENGO KUMA IN MOSTRA A VENEZIA

Un nuovo linguaggio, un nuovo modo di utilizzare i materiali”. Usa queste parole l’architetto Kengo Kuma per evidenziare il punto di forza dei suoi progetti, nati dallo studio degli ambienti a cui sono destinati nonché dalla relazione con le tradizioni e il sapere costruttivo degli artigiani locali. Divergendo dalla poetica nipponica degli anni Settanta, da sempre Kuma rifiuta l’uso del cemento e delle geometrie rigide per dedicarsi a una sperimentazione basata su materiali più leggeri come legno, carta e metallo: “Un modo nuovo per dare calore alle persone”, lo definisce. L’idea di Onomatopoeia nasce, come ricorda il curatore del catalogo Marco Imperadori, dall’omonimo saggio del 2017 in cui viene esaltata la sintesi della parola-suono come mezzo efficace e giocoso per tradurre gli elementi fondanti della sua pratica progettuale. L’allestimento della retrospettiva veneziana è essenziale e cede la scena alle maquette, imprescindibili e numerose nel processo di progettazione, accompagnate dalle foto dei progetti realizzati.

ONOMATOPEA: IL LINGUAGGIO PRIMITIVO DELL’ARCHITETTURA

Sono tredici le onomatopee che, con tanto di tabelle esplicative e ideogrammi, accompagnano il percorso tra i più recenti progetti dell’architetto e le due sculture-architetture appositamente realizzate per la rassegna: L’albero della barca, una maestosa onda in castagno, omaggio al legno che sostiene Venezia, e Laguna, installazione polimorfa che mette in relazione pubblico, terra e cielo nell’elegante giardino su Canal Grande. Qualche esempio di onomatopea? “Para-Para” – Pieno/Vuoto, ovvero la dimensione dove la percezione non è mai solida, ma un insieme di particelle che compongono una forma in alternanza di pieni e vuoti. Viene evocata nello Yusuhara Wooden Bridge Museum (2011), dove piccole sezioni di legno 180×300 si uniscono creando un ponte leggero, arioso, la cui luce strutturale proviene proprio dagli interstizi. E ancora, “Zara-Zara” – Grezzo/Percezione, riporta invece alla centralità delle caratteristiche fisiche dei materiali. Questa si riflette negli Archivi Antoni Clavè a Parigi (2017), che sono allestiti con una lamiera in alluminio stirata e trattata in un bagno di carta washi; una sensazione di imperfezione per ritrovare naturalezza, warmness, come direbbe l’architetto. E come questi tanti altri sono i suoni che danno forma alle intenzioni di Kengo Kuma.

Laguna. Kengo Kuma. Crediti Vincenzo Bruno/ ACP

ARCHITETTURA, UOMO E AMBIENTE NELLA POETICA DI KENGO KUMA

In concomitanza con la 18. Biennale di Architettura, Onomatopoeia Architecture è un’occasione rara per apprezzare la straordinaria sintesi della poetica dello studio Kengo Kuma & Associates, che ha all’attivo oltre 400 interventi, fra edifici e installazioni, su scala globale. Uno stimolo che porta a ripensare la relazione con l’architettura, esortando un rinnovato impegno ad abbandonare i canoni del secolo scorso in favore di una visione olistica, empatica ed ecologica, volta a entrare in sinergia con l’ambiente e abbattere le barriere tra natura e uomo.

Chiara Clerici

https://www.palazzofranchetti.it/

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