“L’arte è politica”. Intervista all’artista turca Gülsün Karamustafa

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Contrada Rotacesta, Loreto Aprutino (Pescara), 18 giugno 2023. Un “filo che permette la costruzione di relazioni”, nell’idea di Gülsün Karamustafa (Ankara, 1946, vive a Istanbul), si dipana (invisibile) dall’opera The Long Thin Thread/ Filo lungo e sottile (2023), con i pezzi di tre vecchie macchine da cucire che s’incastrano tra loro, in uno stato di abbandono che promette nuove possibilità. L’artista e filmmaker turca ha concepito sul posto la sua installazione permanente per No Man’s Land, in occasione di Cantiere Aperto, prima rassegna di arte contemporanea, musica e poesia realizzata da Zerynthia Associazione per l’Arte Contemporanea OdV in collaborazione con AWARE – Bellezza Resistente. Karamustafa si considera una “narratrice di storie”, e quel filo molto sottile, elemento metaforico per eccellenza, allude alle migrazioni, diventa foriero di un messaggio di inclusione e accoglienza in questa “terra di nessuno aperta a tutti”, secondo il pensiero di Friedman e Jean Baptiste Decavèle. “L’arte non è uno strumento politico, ma è politica in sé”, afferma l’artista che appartiene alla generazione che ha fatto il ’68: “Ci siamo battuti per un’idea di libertà che mi porto dietro come eredità”.

Gülsün Karamustafa, 1977, Painting for Poster 1977 First of May (Woman Constantly Sewing Red Flags with Her Sewing Machine). Courtesy of the artist

INTERVISTA A GÜLSÜN KARAMUSTAFA

Intorno all’opera The Long Thin Thread/ Filo lungo e sottile c’è un filo invisibile…
Ho fatto molti altri lavori sulla migrazione (tra cui l’installazione Courier, 1991 – NdR), ma nessuno parla in maniera diretta di questo tema. Anche qui, ho pensato a quella sottile connessione con il confine e gli esseri umani che ne sono coinvolti. I confini sono presenti nella nostra mente, in noi stessi. Mentre il ricorso a macchine da cucire ci porta a pensare alla posizione delle donne migranti nei diversi Paesi.

Un altro riferimento è nel poster First of May Woman Constantly Sewing Red Flags with Her Sewing Machine (1977)…
Ho usato la macchina per cucire diverse volte, quel poster ricorda un Primo Maggio tra i più sanguinosi in Turchia. In un certo senso fu una sorta di predizione perché non sapevamo che sarebbe andata a finire in quella maniera con trentasei persone uccise dalla polizia durante la manifestazione del 1° maggio 1977. La donna continua a cucire le bandiere rosse che ricordano il sangue, soprattutto se messe in relazione con i fatti del ’77.

Anche 1977, 1 Mayıs (1977) è stato premonitore.
Sì, anche quel lavoro è stato una sorta di premonizione. Un uomo giace sdraiato in una pozza di sangue e gli altri, sopra di lui, tengono la bandiera rossa in alto. È un poster eroico: ci sono periodi in cui l’arte può essere usata come un’arma.

Gülsün Karamustafa. The Long Thin Thread – No Man’s Land, 2023. Photo Manuela De Leonardis

ARTE E POLITICA SECONDO GÜLSÜN KARAMUSTAFA

L’appartenere alla generazione che ha fatto il ’68 ti ha portata a considerare l’arte come un’espressione che è sempre connessa con la politica?
In passato ho usato la mia arte al servizio della politica. Ma l’arte non deve necessariamente essere politicizzata o scendere in strada, dipende dal contesto.

Sei cresciuta in una famiglia che ti ha dato consapevolezza: tuo padre era giornalista, musicista e conduttore radiofonico, tuo zio materno Mihri Belli e sua moglie Sevim attivisti politici…
Nella mia vita ho avuto a che fare almeno tre volte con colpi di Stato militari. Durante il primo, mio padre, che svolgeva il servizio civile nella radio di stato, stava per leggere una dichiarazione del Presidente della Repubblica e per questo fu mandato in prigione. La seconda volta, nel ’71, è toccata a me e a mio marito, che facevamo politica. Io sono stata rinchiusa per sei mesi, mentre Sadik per due anni e mezzo e poi ha dovuto fare il servizio militare per 18 mesi. Per lui è stato molto pesante. Il colpo di stato del 1980 è stato quello più duro di tutti. Mio zio Mihri era un leader comunista, come sua moglie, e fu arrestato per la prima volta nel 1951. Allora ero una bambina ma ricordo il trauma quando andammo a trovarlo in carcere per il suo matrimonio.

Sulla tua esperienza in prigione hai realizzato una serie di dipinti – Prison Paintings (1972) – che però hai deciso di esporre solo quarant’anni dopo, nel 2013, nella mostra personale A Promised Exhibition a Istanbul. Perché?
Per il rispetto delle persone che hanno sofferto in quelle condizioni. Non volevo sfruttare la situazione. Quando nel 2013 è stata organizzata la mia prima grande mostra personale, i ricordi di quei giorni sono tornati in vita. Perché un accadimento possa diventare opera d’arte serve tempo.

Gülsün Karamustafa, Stoic City, 2021. Courtesy of the artist

I TEMI DI GÜLSÜN KARAMUSTAFA

La memoria è un tema ricorrente nelle tue opere multidisciplinari, in cui spesso utilizzi le fotografie, come in Etiquette (The Taming of the East) (2011), una grande installazione con una tavola apparecchiata.
Un’opera nata da un libro sul galateo trovato in un negozio dell’usato, pubblicato nel 1925, adattamento di un libro francese sulle buone maniere per la nuova Repubblica di Turchia, che era stata proclamata nel ‘23. Un volume degno di nota per le sue fotografie e i contenuti, in quanto racconta l’addomesticamento dell’Oriente su come mangiare, danzare… All’occidentale. Su ogni singolo pezzo dell’installazione – bicchieri, piatti – ho stampato le immagini del libro, perché si sieda a quella tavola sappia come fare il baciamano, usare le posate: la buona educazione.

In diverse opere, tra cui Stoic City (2021), il kitsch diventa per te uno strumento di analisi dei cambiamenti sociali della tua città, Istanbul…
A metà degli Anni ’80 ho iniziato a lavorare con materiali raccolti per le strade di Istanbul: la città era in continuo cambiamento, per via dell’enorme migrazione dalle campagne. Nell’arco di un decennio la popolazione ha raggiunto i 15 milioni di abitanti, e l’aspetto più interessante di questo cambiamento è stata l’ibridazione culturale con cui ci siamo confrontati. Ero molto interessata a questa “nuova cultura”, perciò ho lavorato con i suoi materiali. Ad esempio una serie di tappeti da parete (Postposition, 1995), molto popolari nelle case spoglie dei nuovi arrivati: questa forte connotazione è stata l’occasione per “entrare” all’interno delle case.

Spesso nei lavori sul kitsch giustapponi elementi provenienti da culture e religioni diverse. È anche questo un modo per oltrepassare il concetto di confine?
Sì, certo. Istanbul e una parte della Turchia sono multiculturali. Nello stesso quartiere coesistono una chiesa, una sinagoga e una moschea, anche se forse dovrei parlare al passato, perché oggi si spinge verso una sola cultura che è quella islamica. Io invece penso che nell’immaginario le diverse culture e religioni abbiano il diritto di stare insieme, e quando succede è veramente bello.

Manuela De Leonardis

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