Oltre la soglia. Le illusioni di Leandro Erlich in mostra a Milano

Tempo di lettura ca.: 2 minuti, 25 secondi


Visitare la mostra di Leandro Erlich (Buenos Aires, 1973) al Palazzo Reale di Milano significa dimenticare vetuste convinzioni sulla sacralità dell’arte e mettersi in discussione, anzi, in gioco. È la prima volta che un’istituzione europea dedica una monografica di taglio museale all’artista argentino, nonostante le sue opere figurino nelle collezioni di importanti musei come la londinese Tate Modern e il Centre Pompidou di Parigi.

Leandro Erlich, Infinite staircase (2005). Metal structure, MDF, flooring, handrall, mirrors and lights

LA MOSTRA DI LEANDRO ERLICH A MILANO

Domenico Piraina, direttore di Palazzo Reale, ha definito questa mostra “un immane sforzo progettuale ed esecutivo”. La complessità del progetto si rivela passo dopo passo, fra installazioni su larga scala e audaci rielaborazioni dello spazio espositivo. Una diffusa penombra rende il percorso ancora più immersivo: pare di entrare nella tana del Bianconiglio, dove nulla è come sembra e tutto è capovolto. Tre barche sembrano galleggiare sull’acqua scura, ma il loro riflesso altro non è che un’illusione; d’un tratto ci troviamo in una tromba delle scale infinita, per poi perdere l’orientamento in una casa degli specchi fatta di camerini. Leandro Erlich sfida la nostra percezione, insegnandoci a non dare nulla per scontato, nemmeno banali scorci di vita quotidiana: di fronte a video-installazioni come Subway (2009) ed Elevator pitch (2011), infatti, diventiamo invisibili spettatori di comunissime scene che hanno luogo all’interno di vagoni della metropolitana o ascensori; con gli occhi di curiosi voyeur, osserviamo altre persone che, nella loro normalità e nel loro anonimato, si ergono a universali rappresentazioni di noi stessi. Guardando le vite degli sconosciuti che popolano il palazzo dell’opera The View (1997), è facile riconoscersi tanto nei ragazzi che danno una festa in casa al quarto piano, quanto nell’uomo solitario impegnato a guardare la televisione due finestre più in basso.

Leandro Erlich, Classroom (2017), Two rooms of identical dimensions, wood, windows, desk, chairs, door, glass, lights, blackboard, school supplies and other classroom decorations, and black boxes. Dimensions variable

LEANDRO ERLICH E IL TEMA DEL DOPPIO

L’auto-riconoscimento all’interno delle vite altrui non è l’unico modo in cui Erlich indaga il tema del doppio: sono tante le opere che, sempre giocando sul filo dello straniamento, fanno uso dello specchio come principale latore d’illusioni. Classroom (2017) è un’installazione costituita da due stanze di dimensioni identiche separate da un vetro, una delle quali inaccessibile e allestita come un’aula di scuola, l’altra completamente spoglia. Immersi nella penombra di quest’ultima e osservando la stanza speculare, ci riconosciamo nei riflessi del vetro, come spettrali apparizioni scaturite dal ricordo. Diverso il caso di Hair Salon (2008), la ricostruzione di un salone di bellezza in cui, a seconda di dove ci sediamo, possiamo confrontarci col nostro riflesso o con il volto di un altro visitatore, seduto dal lato opposto dell’installazione: il tema del doppio si rivela qui proprio nella sua ambiguità.
Il Doppelgänger, l’alter ego, assume valore nella sua capacità di mettere in crisi il concetto di singolarità. La moltiplicazione delle nostre immagini negli specchi di Erlich produce non solo una straniante replica dello spazio, ma anche un’inquietante ripetizione (e dunque un depotenziamento) della nostra identità.

Leandro Erlich, Bâtiment (2004), A building facade laid flat under a mirror suspended at a 45-degree angle. Dimensions variable. Fourteen different facades each specific to the city that hosted the temporary installation

LA GRANDE INSTALLAZIONE DI ERLICH NEL CORTILE DI PALAZZO REALE

A chiudere la mostra, in parallelo a un focus sull’attività progettuale dietro alle installazioni di Erlich, si incontra l’opera che, tra tutte quelle esposte, è maggiormente destinata a intasare i feed dei social network per i prossimi mesi: Bâtiment (2004) è la riproduzione della facciata di un palazzo, stesa sul pavé del cortile interno di Palazzo Reale; i visitatori possono così divertirsi a fingere di cadere, aggrappandosi a balconi e parapetti, confidando nell’illusione prodotta dal grande specchio inclinato che li sovrasta. Si fa presto a tacciare opere come quelle di Erlich di eccessiva “instagrammabilità”. Una delle problematiche della mostra, in effetti, è l’alta probabilità di ingorghi dovuti alle numerose installazioni perfette per scattare foto e selfie d’effetto; tuttavia, è importante ricordare che l’attenzione dell’artista per l’immersività e per l’inganno percettivo ha origini assai precedenti all’invenzione degli smartphone e dei social network. È l’esperienza, non la condivisibilità mediatica (conseguenza accolta comunque di buon grado), a interessare l’artista argentino: per questo, il migliore strumento che abbiamo per apprezzare la sua nuova grande mostra non è la fotocamera di un cellulare, ma – ancora una volta – il nostro sguardo, in tutta la sua capacità di stupirsi dell’errore.

Alberto Villa

ACQUISTA QUI il libro “Alice nel paese delle meraviglie” di Lewis Carroll