Perugino e Alberto Burri a confronto sull’uso del nero. La mostra a Perugia

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Procedendo per Corso Vannucci, a Perugia, lasciato alle spalle il medievale Palazzo dei Priori, ci si imbatte, in un slargo improvviso – dirimpetto allo storico Teatro del Pavone – in Palazzo Baldeschi, nelle cui sale affrescate, fino al prossimo ottobre, è possibile vivere una singolare esperienza immersiva. Le stanze, abitualmente illuminate per farne ammirare gli affreschi e gli stucchi, sono state oscurate; ora vi si accede tramite un corridoio buio, che propizia una sorta di lavaggio dai preconcetti e dalle divisioni tra arte figurativa ed informale.

Pietro Vannucci, detto il Perugino, Madonna col Bambino e due cherubini, Collezioni Fondazione Perugia

LA MOSTRA NERO PERUGINO BURRI A PERUGIA

Lo spazio nero è riempito da vibrazioni sonore, in cui si distingue la semplice ritmica ripetitiva di un pianoforte. Le sensazioni catartiche devono preparare lo spettatore-fruitore a incontrare due giganti della storia dell’arte italiana: Pietro Vannucci detto il Perugino (Città della Pieve, 1446 – Fontignano, 1523) e Alberto Burri (Città di Castello, 1915 – Nizza, 1995), con opere provenienti dalla Fondazione Perugia, dalla Galleria Nazionale dell’Umbria, dagli Uffizi di Firenze, dal Museo del Louvre nonché dalla Fondazione Burri. Entrambi gli artisti sono pervenuti, nel loro excursus creativo, a valorizzare il colore, o meglio i colori tutti che si azzerano nel nero. E non è casuale il titolo della mostra – Nero Perugino Burri – voluta dalla Fondazione Perugia in collaborazione con la Fondazione Burri, e affidata alla congiunta curatela di Bruno Corà e di Vittoria Garibaldi.
Luci ben dirette con sagomatori offrono alla nostra curiosa attesa il raffronto (preferiamo non usare l’abusato termine “dialogo”), in relazione all’uso del nero, tra una decina di opere del Perugino e altrettante di Alberto Burri.

Alberto Burri, Cretto, Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri

IL COLORE NERO SECONDO PERUGINO E ALBERTO BURRI

Il Perugino, alla maniera nordica, usa il nero per annientare lo sfondo prospettico, facendo meglio emergere le figure ed esaltando i rapporti tonali tra i colori. Burri concepisce il nero come lo smarrimento del tutto o come implosione, non solo dei colori ma anche delle forme. Restano spesso superfici crettate a ricordarci la sofferenza di ogni forma di rigenerazione estetica. Bruno Corà, nel catalogo della mostra, afferma che “il nero è pieno di possibili valenze simboliche. È un colore azzerante e difficile da usare, capace di isolare qualsiasi forma o immaginare che gli sia avvicinata, così come la può rendere emblematica. È un colore che suscita molte domande e tocca il sentimento in profondità“.
Effettivamente il nero dei fondi del Perugino raggiunge una profondità ben misurata dall’intensità tonale dei colori contenuti all’interno dei tratti figurativi.
Il nero di Burri attiene, invece, a ben altre profondità, più assolute, insondabili, non precedentemente attinte, che creano un panico sentimento di smarrimento. Al nero sereno e conciliante del Perugino si giustappone il nero drammatico di Burri in un rapporto più che dialogante, dialettico e oppositivo.
L’operazione dei curatori può definirsi quindi interessante e compiuta laddove essa ingenera, nei visitatori, momenti di riflessione e di approfondimento che consentono una lettura dell’espressione estetica sub specie temporis, volta a documentare il susseguirsi delle diverse forme del bello e dell’arte.

Giuseppe Simone Modeo

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