Tra scienza e finzioni. Ecco com’è la Biennale d’arte di Timișoara 2023

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Oltre dieci sedi in città per un’edizione che prende spunto da una stampa del 1515, realizzata da Albrecht Dürer (Norimberga, 1471 – 1528): l’opera, chiamata comunemente Rhinoceros e realizzata con la tecnica della xilografia su legno, raffigura un rinoceronte come l’artista tedesco lo aveva immaginato, senza averlo mai visto dal vivo, basandosi su una descrizione dell’animale contenuta in una lettera. E My Rhino is not a Myth – edizione 2023 della Biennale di Arte Contemporanea di Timișoara, in corso fino al 16 luglio nella città rumena Capitale Europea della Cultura 2023 – parte da questa suggestione, con un salto temporale di oltre cinque secoli, per provare a organizzare un discorso sul modo in cui arte, scienza e immaginazioni si intersecano. Per testimoniare l’esistenza di una realtà complessa, o per cercare di crearne una, in cui c’è bisogno al tempo stesso di adattarsi, trovare la forza di muoversi verso il cambiamento e sovvertire l’ordine costituito.

Stoyan Dechev, Sculptor 1, 2016, granite, 180 x 220 x 340 cm. Courtesy of the artist

LA BIENNALE DI ARTE CONTEMPORANEA DI TIMIȘOARA

A organizzare la Biennale è la fondazione Art Encounters, nata nel 2015 a Timișoara grazie al collezionista e imprenditore Ovidiu Șandor, con l’obiettivo di sostenere la produzione e la diffusione dell’arte contemporanea in Romania.
E per l’edizione 2023, l’impressione è che il curatore Adrian Notz, già direttore artistico tra il 2012 e il 2019 del Cabaret Voltaire di Zurigo, coadiuvato da una squadra composta da Cristina Bută, Monica Dănilă, Ann Mbuti, Edith Lázár, Cristina Stoenescu e Georgia Țidorescu, sia riuscito a trovare un equilibrio tra spazi espositivi e opere per mettere insieme una Biennale che ha tanto da dire.
Lo spazio più interessante è stato ricavato nel centro culturale Faber, dove si mette in scena una sorta di archeologia patafisica in cui l’intersezione tra arte, scienza e finzioni è luminosissima. Ad accoglierci all’ingresso dello spazio espositivo è Sculptor 1, di Stoyan Dechev (Smolyan, 1978): un masso, il ricordo di un meteorite, una costellazione incisa su pietra realizzata con antichi metodi di scultura. Il masso è un oggetto antichissimo che però sembra poter provenire dal futuro, arrivato da chissà dove e poi lavorato, scheggiato, inciso, scolpito. Girando attorno all’opera si scoprono dei gradini che suggeriscono l’esistenza di nuovo tempo, una nuova fase verso la quale tendere.
Alle pareti, quasi una cornice dell’esposizione, si snoda invece una delle opere più profondamente enigmatiche dell’intera Biennale. Si tratta di Atlas of Rare and Lost Alphabets, di Pushpamala N (Bangalore, 1956), artista indiana nata nel 1956. L’opera consiste in cento tavolette di rame realizzate a mano tra il 2018 e il 2020, su cui l’artista ha inciso caratteri provenienti, tra gli altri, dagli alfabeti Brahmi, Grantha ed ebraico, con l’aspetto di reperti archeologici provenienti da civiltà sconosciute o da un futuro incontro di civiltà realmente esistite.

Pushpamala N, Atlas of Rare and Lost Alphabets, 2015-2018. Set of 100 copper plate tablets inscribed with ancient scripts. Courtesy of the artist and Gallery Sumukha

GLI SPAZI E LE OPERE DELLA BIENNALE DI TIMIȘOARA

Il padiglione diventa poi una danza di ombre, voci e – ancora – stelle, grazie a una delle opere di Alicja Kwade (Katowice, 1979), Medium Median (Homo-Mensura). Realizzata nel 2016, questa installazione – composta da 24 iPhone che ruotano sospesi nello spazio sostenuti da una struttura tubolare – mette in relazione la dimensione terrena con quella dello spazio infinito. I telefoni galleggiano e girano nel vuoto siderale, mentre le voci di 24 Siri che leggono passaggi della Genesi fanno da contrappunto al silenzio delle costellazioni.
Spostandoci nello spazio STPT Multiplexity ci ritroviamo in un vecchio deposito di tram ormai abbandonato. Qui l’opera Post World Undercover Guerrilla Fake Rock Manufacturing Facility di Sebastian Moldovan (Baia Mare, 1982), realizzata in collaborazione con Lucia Ghegu e Albert Kaan, si fonde con quello che c’è intorno in modo così sottile da trasformare lo spazio in una grande installazione ambientale. Siamo nel giorno successivo alla fine del mondo o all’alba di un mondo nuovo che sta nascendo sulle rovine di qualcosa che c’era? La sensazione è di muoversi in un luogo sconosciuto, privi di coordinate, con il dubbio che ci assale ogni volta che avvertiamo il desiderio di aprire una porta, di entrare in un vecchio tram o di esplorare una zona chiusa. Siamo autorizzati a fare un passo in questa o in quella direzione? Siamo noi, in fondo, a prenderci la responsabilità di trovare le risposte, o a scegliere di abbandonarci alla contemplazione dei detriti, degli artefatti, delle vecchie fotografie, della natura che cresce selvaggia attraverso le finestre, dei sassi sistemati come in una bacheca per collezionisti e delle macchine industriali in disarmo.

Zheng Bo, Pteridophilia 2, 2018. 4K video, color, sound, 20 min. Courtesy of the artist and Kiang Malingue

LA VIDEOARTE ALLA BIENNALE DI TIMIȘOARA

Nel passaggio dall’installazione al video, My Rhino is not a Myth riserva ancora qualche sorpresa. Nello spazio Garrison in Piața Libertății troviamo i cinque segmenti di Pteridophilia, di Zheng Bo (Pechino, 1974). L’artista racconta con i suoi video la relazione tra uomo e mondo vegetale: in questa interazione di natura sessuale, uomini e piante si accoppiano in uno scambio in cui l’entanglement tra i due mondi risulta essere strettissimo. Siamo di nuovo di fronte a un’umanità che prova a fare un passo laterale verso un diverso ordine di cose, come a preparare un ormai prossimo ulteriore passaggio evolutivo.
Nel chiudere l’elenco delle opere più interessanti, vale la pena soffermarsi su Cleanse, dell’artista Maria Nalbantova (Sofia, 1990), opera composita esposta negli spazi degli ISHO Offices. Costituita da un video di 7 minuti e da una serie di oggetti utilizzati in un rituale di lavaggio in tre fasi – lavaggio dei piedi, delle mani e del viso – Cleanse trasporta l’osservatore in una dimensione altra. L’acqua utilizzata per lavare il corpo, con l’aiuto di oggetti che ancora una volta fanno pensare all’incontro tra mondo vegetale, animale e minerale (rocce su cui spugne e spazzole potrebbero essere cresciute spontaneamente come essere state applicate, e pezzi di sapone ibridati con asfalto, impronte digitali e specchi), modifica la sua struttura e a contatto con la pelle dell’artista si trasforma, forse a simboleggiare un cambiamento che è ormai in atto come processo irreversibile e che riguarda da vicino anche noi.
Al termine della visita alla Biennale My Rhino is not a Myth, è forte la sensazione di aver assistito a una serie di allestimenti concepiti e realizzati con una visione d’insieme. Così come risulta chiara l’idea che esista una fortissima correlazione tra arte, scienza e finzioni, ma anche tra noi e tutto quello che, vivente e non vivente, ci circonda.

Sergio Oricci

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