Alle Gallerie d’Italia di Vicenza un nuovo allestimento per La caduta degli angeli ribelli

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L’eterna lotta tra il bene e il male ha la lucentezza del marmo di Carrara, un unico imponente blocco che affida a una sessantina di figure umane, sapientemente congiunte in suggestive contorsioni acrobatiche, il compito di raccontare il contrasto tra l’esercito guidato dall’arcangelo Michele e la schiera di Lucifero. Attribuito di recente a Francesco Bertos, il gruppo scultoreo Caduta degli angeli ribelli brilla di più grazie a un nuovo allestimento all’interno delle Gallerie d’Italia di Vicenza, parte del progetto museale Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo, guidato da Michele Coppola, executive director Arte, Cultura e Beni Storici della Banca. Il capolavoro, appartenente alla collezione di Intesa Sanpaolo, è oggi valorizzato nelle Gallerie vicentine con un nuovo, suggestivo allestimento in una sala dedicata, pensata dal lighting designer Pietro Palladino. Un originale e sofisticato sistema di illuminazione restituisce il virtuosismo tecnico e artistico dello scultore rendendo ancora più dinamica la narrazione nella quale i personaggi appaiono drammaticamente coinvolti in uno dei momenti più sconvolgenti dell’Antico Testamento.La caduta degli angeli ribelli nel nuovo allestimento alle Gallerie d’Italia di Vicenza | Courtesy Intesa SanpaoloPuntata simultaneamente dall’alto e dal basso, l’illuminazione statica avvolge le figure consentendo di apprezzarne i dettagli. In uno spazio attiguo, attraverso riproduzioni tattili (per la fruizione anche da parte di persone con disabilità visiva), un emozionante video immersivo, un’intervista alla storica dell’arte Monica De Vincenti (anche in linguaggio LIS) e attraverso il racconto visivo della trasposizione in 3D della scultura, il pubblico è condotto alla scoperta dell’opera che trae ispirazione da diverse fonti bibliche, prima tra tutte l’Apocalisse di Giovanni. Qui trova spazio il racconto di una feroce guerra compiutasi nel cielo, nella quale Michele e i suoi angeli combattono contro Lucifero e i compagni ribelli che cadono precipitando sulla terra. Con le grandi ali spiegate, la mano destra a impugnare una spada alzata minacciosamente e la sinistra a brandire uno scudo con la scritta in latino “Quis ut Deus” (Chi è come Dio?), Michele spicca al vertice della composizione piramidale. L’iscrizione allude al significato del nome dell’arcangelo, ma anche alla rivolta di Lucifero e dei suoi compagni, convinti di poter combattere e vincere contro il creatore dell’universo. Lucifero, in posizione opposta rispetto a Michele, poggia i piedi sulle fauci spalancate del drago infernale, che fanno da base alla scultura. Nella mano destra impugna il forcone a due punte, che rivolge verso il basso, mentre con la sinistra alza l’indice verso il suo avversario, in gesto di sfida. Lo spazio tra i due rivali è costellato di figure affiancate da rettili dalle facce distorte e dalle bocche spalancate, sul punto di mordere. Come racchiusi in un vortice, gli angeli sono rappresentati con corpi nudi mentre si aggrappano l’uno all’altro nel tentativo di sfuggire alla caduta verso il basso. È in atto la loro trasformazione in demoni, mentre i loro volti sono atterriti per la tragedia che si sta consumando.La caduta degli angeli ribelli nel nuovo allestimento alle Gallerie d’Italia di Vicenza | Courtesy Intesa Sanpaolo La più antica segnalazione di questo capolavoro, attribuito inizialmente ad Agostino Fasolato, si trova in un appunto all’interno nei diari del medico fiorentino Antonio Cocchi, relativi al suo soggiorno a Venezia e a Padova effettuato nell’autunno del 1744. Vent’anni più tardi, nel 1765, Giovan Battista Rossetti, nella sua Descrizione delle pitture, sculture, ed architetture di Padova, inserisce l’opera tra le principali attrazioni della città consierandola “lavoro per dir vero stupendo, non tentato né pure dall’antica Grecia”. In realtà il gruppo scultoreo desterà stupore durante tutto l’Ottocento anche fuori dai confini italiani. Il teologo Antonio Rosmini lo descrive a più riprese nel suo epistolario, mentre Leopoldo Cicognara ne fa menzione nella Storia della scultura chiedendosi “con quali ingegnosi e ricurvi ferri si giungesse per ogni verso dallo scultore a traforare e condurre quel marmo”. Eppure alla fama del gruppo scultoreo non corrisponde quella del suo autore del quale si conosce ben poco. Ulteriori studi, in occasione della mostra Inferno di Jean Clair, svoltasi nel 2021 alle Scuderie del Quirinale hanno portato ad attribuire il capolavoro al fonditore veneziano Francesco Bertos. Attivo in Veneto entro la prima metà del Settecento, Bertos fu uno dei nomi più singolari e prolifici del panorama artistico del suo tempo. Tra il 1708 e il 1709 fu a Firenze presso Giovan Battista Foggini, scultore prediletto dei Medici, con l’intenzione poi di proseguire per Roma. Tuttavia le fonti letterarie lo ricordano a Padova come “valente discepolo” dello scultore veneziano Giovanni Bonazza, che senza dubbio influenzò la sua arte.